L’Ogm che non ti aspetti

Periodicamente i mezzi di stampa con una precisione di metronomo ci dicono che senza saperlo mangiamo cibi Ogm. Diventa facile per i fautori di queste colture chiedere perché vietarne la semina in Italia se poi in realtà arrivano da altre parti. La legge richiede che gli Ogm presenti in prodotti per consumo umano devono essere etichettati se sono presenti in un quantitativo superiore al 0.9%. Questa è la soglia di tolleranza per la «presenza accidentale o tecnicamente inevitabile di Ogm», calcolata per ingrediente. Non è previsto invece l’obbligo di inserire in etichetta se gli animali sono alimentati con mangimi che contengono Ogm. E i produttori, considerato la manifesta diffidenza dei consumatori verso il cibo transgenico, preferiscono non segnalarlo. Non ci dispiacerebbe invece che fosse tracciata l’intera filiera, è giusto che i consumatori scelgano a ragion veduta.

Oggi, a tal proposito, è uscito un articolo su  La Stampa che pone l’accento sul fatto che il settore zootecnico faccia largo uso di mangimi provenienti da colture transgeniche. Una pratica cui non si vuole rinunciare per il timore di perdere competitività sul mercato. Questo articolo ci dà occasione per smentire alcuni assunti che vorrebbero giustificare il ricorso agli Ogm.

Con gli Ogm diminuisce l’uso di pesticidi.

Esistono ricerche scientifiche che dimostrano il contrario. In questo articolo, riportiamo le conclusioni dello studio di Charles Benbrook Impacts of genetically engineered crops on pesticide use in the U.S. che dimostra come sia addirittura aumentato l’uso degli erbicidi a causa di un aumento della resistenza. Il fenomeno della resistenza riguarda anche gli ogm progettati per difendersi dai parassiti come dimostrano i campi di cotone Bt in India dove le indagini condotte dal Central Institute for Cotton Research hanno dimostrato che il 9% delle coltivazioni nel Gujarat sono state distrutte da una nuova infestazione di Pectinophora, iniziata nel 2014 e divenuta endemica nel 2016. Segno che anche il cotone Bt è vulnerabile agli attacchi degli stessi parassiti da cui avrebbe dovuto difendersi.

Non esistono evidenze scientifiche che dimostrino la pericolosità degli Ogm per la salute umana.

La verità è che non sappiamo ancora abbastanza di impatti a lungo termine sulla salute umana, animale e del suolo. Numerosi studi peer-reviewed (sistema per verificare l’idoneità alla pubblicazione scientifica) sollevano serie preoccupazioni in tutte e tre le aree, mentre non ci sono studi che possano provare che sono assolutamente innocui per l’uomo. Invece purtroppo è certa la perdita di biodiversità in natura, sacrificata in nome degli interessi delle multinazionali. La savana brasiliana del Cerrado, considerata una delle aree biologicamente più ricche del mondo, è stata deforestata per un buon 80%, proprio per far posto alla soia da dare in pasto agli allevamenti di animali.

Le coltivazioni Gm aiuteranno a sfamare la crescente popolazione mondiale.

Coltivazione biologica del mais bianco perla

Gli Ogm non solo non risolvono il problema della fame, ma lo aggravano, per via del controllo delle multinazionali sulle sementi, e dell’abbandono progressivo dei semi locali e della disgregazione delle comunità rurali, cui consegue una progressiva riduzione dell’agrobiodiversità e del suo valore economico, sociale e culturale.

Si può invece raggiungere la sicurezza alimentare anche grazie all’agricoltura biologica e di piccola scala. Ne parla lo stesso presidente di Slow Food Italia Gaetano Pascale in suo recente intervento proprio su La Stampa, citando lo studio svizzero condotto dal Research Institute of Organic Agriculture e pubblicato su Nature Communications: una conversione di tutta l’agricoltura al biologico, accompagnata dalla lotta contro lo spreco alimentare e dalla riduzione dell’impatto degli allevamenti, consentirebbe di azzerare i pesticidi e ridurre i gas serra di origine agricola senza aumentare in misura eccessiva i consumi di terra.

Non abbassiamo dunque la guardia, il fatto che purtroppo il settore zootecnico sia invaso da Ogm non dovrebbe essere il pretesto per sdoganarne la coltivazione in Italia e in Europa, anzi dovrebbe spingerci a chiedere maggiore informazione in etichetta e possibilità di scelta. Perché l’informazione è alla base della democrazia e noi consumatori siamo la lobby più forte.

Maurizio Bongioanni
m.bongioanni@slowfood.it

 

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