L’oceano muore per asfissia, un problema che si può risolvere e va risolto

L’oceano muore per asfissia. Le zone morte oceaniche, per intenderci quelle con zero ossigeno, hanno quadruplicato le loro dimensioni dal 1950 e le aree con livelli di ossigeno molto bassi vicino alle coste (anche europee) si sono moltiplicate di dieci volte.

Conseguenze? La maggior parte delle creature marine non sopravvive senza ossigeno e le tendenze future, visti i dati attuali che registrano una costante diminuzione di ossigeno, lasciano ipotizzare una estinzione di massa con conseguenze disastrose anche per milioni di esseri umani che dipendono dagli oceani. E non solo.

Chi prova a lanciare l’allarme (sarà ascoltata?) è Denise Breitburg, ricercatrice dello Smithsonian Environmental Research Center negli Stati Uniti, guida di una nuova ricerca, fatta in collaborazione con un team Unesco, sui livelli di ossigeno nei mari e ora pubblicata su Science.

 

L’analisi della ricercatrice statunitense è tra le più complete finora pubblicate (va su scala planetaria) e non rallegra di certo gli animi: lungo le coste che vanno dagli Stati Uniti all’Europa, dall’Asia all’Australia, oggi esistano 500 zone prive di ossigeno: settant’anni fa erano meno di 50. Dieci volte tanto in poche decine d’anni. Commenta Breitburg:

«È un problema che si può risolvere e va risolto, l’arresto del cambiamento climatico richiede uno sforzo globale, ma anche le azioni locali potrebbero aiutare a fermare il declino dell’ossigeno». La studiosa si riferisce in primo luogo alla necessità di attuare migliori pratiche agricole affinché vengano ridotti se non eliminati gli inquinanti, anche nelle acque reflue.

«Ognuno deve fare la sua parte»

«Tra le concause di questi fenomeni c’è l’accumulo di una quantità enorme di reflui e scorie prodotti da allevamento intensivo e produzione agricola industriale: concimi e pesticidi utilizzati a più non posso da questo sistema che guarda solo al profitto non fanno che riempire i nostri mari e le falde di residui di azoto e altri nutrienti ci spiega Silvio Greco, presidente del comitato scientifico di Slow Fish che ribadisce quanto provato da questi studi internazionali: «L’attuale sistema alimentare, oltre a contribuire a gran parte delle emissioni clima alternati, mette a rischio la sopravvivenza delle specie marine. E non pensiamo che questo fenomeno non ci riguardi perché lo immaginiamo nel profondo degli abissi. Il cambiamento è in atto, e studi come questo lo dimostrano. Certo gli ecosistemi reagiscono e si trasformano, ma non vedremo più la vita come la conosciamo ora. E non stiamo parlando di un’attesa secolare, questi sono cambiamenti repentini, immediati che conosceranno i nostri ragazzi: chi nasce ora vivrà appieno questa nuova realtà che al momento non sembra affatto essere rassicurante. Siamo tutti chiamati in causa, non possiamo aspettare che siano i governi a intervenire. La responsabilità va individuata su tutti il livelli, politici ed economici. Ben vengano quindi le politiche di riduzione delle plastiche nei cicli produttivi per esempio, ma ognuno di noi deve fare la sua parte. Dobbiamo ridurre i consumi e soprattutto scegliere produzioni che rinunciano alle scorciatoie della chimica e degli inquinanti. L’alternativa è la riduzione immediata delle specie, la perdita di biodiversità, in una parola di vita».

Alcuni dati – Da Repubblica.it

A oggi gli oceani nutrono più di 500 milioni di persone, soprattutto in zone povere del pianeta, e offrono lavoro a 350 milioni di persone. Il livello di ossigeno in tutte le acque oceaniche sta diminuendo e il 2% – 77 miliardi di tonnellate – è stato perso dal 1950. Il surriscaldamento degli oceani, con biodiversità a rischio e diverse specie destinate all’estinzione, sta accelerando il metabolismo di organismi che, a loro volta, richiedono più ossigeno.

Questo riduce la concentrazione dell’ossigeno nell’acqua e così alcune aree diventano zone morte. Dalle mappe dell’Unesco vediamo zone morte in Europa, nel Mar Baltico e nel Mar Nero. Inoltre, i microbi che proliferano laddove c’è poco ossigeno, producono ossido di azoto, gas a effetto serra nocivi. La causa della deossigenazione su larga scala resta un mix fra cambiamento climatico, utilizzo dei combustibili fossili e inquinamento industriale. A incidere sono anche (l’abbiamo detto sopra) fertilizzanti e liquami utilizzati in agricoltura che stanno privando i mari di ossigeno di fatto uccidendoli.

A cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

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