Locale

Prosegue il nostro viaggio nelle parole per festeggiare i trent’anni di Slow Food in Italia attraverso le parole del cibo. La parola di oggi è locale.

Abbiamo iniziato a parlare di cibo locale quando è diventato consueto mangiare cibo globale. Come se a un certo punto, nel continuo viaggiare con la forchetta nei nostri pasti quotidiani, avessimo iniziato a sentire nostalgia di casa. Nostalgia di quel profumo lì speciale, proprio quello e non un altro. Nostalgia di cose piccole, appuntita, che si incastra in un angolo inaccessibile tra un «fa lo stesso» e un altro. Che ci dice che non è vero che fa lo stesso. Il pane, quello buono, non fa lo stesso. Quella mela, e non un’altra, non fa lo stesso. Quel piatto, quando si tornava a casa stanchi di mondo, non fa lo stesso. Allora ci siamo rimessi in viaggio. Avevamo viaggiato in lungo e in largo, senza muoverci dai nostri supermercati, dalle nostre dispense, avevamo accolto – spesso senza saperlo – il globo. Ma non avevamo visto nessun luogo. Perché il cibo che accoglievamo non racconta luoghi, racconta un globo inesistente, quello che qualcuno chiama non luogo.

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Non è il cibo di qualcun altro, con una storia diversa, una lingua diversa che avremmo potuto capire e imparare. È cibo di nessuno, non racconta nessuna storia, non appartiene a nessuno e nessuno gli appartiene. O meglio: ha un proprietario, quasi sempre, giuridicamente accertato. Ma tra avere un titolare e sentire un’appartenenza c’è una bella differenza. Questo nuovo viaggio l’abbiamo fatto in profondità. Abbiamo raccolto le competenze e le memorie nostre e di chi avevamo intorno, abbiamo provato a ridisegnare il profilo della nostra identità alimentare, lo abbiamo guardato e ci siamo commossi – guarda come siamo belli, ci siamo detti; abbiamo provato a riassaggiare quello che un tempo era normale e stava per diventare esotico, abbiamo provato a riseminare quello che stava per scomparire. Ci siamo anche accorti che qualcosa era proprio scomparso, ci siamo detti che siamo degli idioti, abbiamo provato a fermare il disastro. Ci siamo riusciti: tanti prodotti stanno tornando, tanti sapori, tanti elementi necessari alla nostra salute fisica, mentale, senti-mentale.

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Ma abbiamo capito che “mangiare locale” è molto più che recupero della memoria e di elementi nutrizionali; è recupero di paesaggio, di pratiche agronomiche, di competenze manuali, di capacità di lettura dei segnali della natura, di ecologia nella distribuzione, di biodiversità… Insomma, mangiare prevalentemente locale “aggiusta” un sacco di cose. Tante quante ne ha danneggiate l’insistere per decenni nel mangiare prevalentemente globale.

(tratto da Mangia come parli di Cinzia Scaffidi, Slow Food Editore 2014)

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