Lo Zen e l’arte della buona cucina

«Se cammino o sto fermo. Se mi siedo o mi sdraio. Se parlo o sto in silenzio. Se cucino o mangio. Tutte le attività portate avanti in ogni luogo e in qualunque momento della vita sono buddhismo». Jeong Kwan è una monaca buddhista della Corea del Sud e vive nell’eremo di Chunjinam, nella zona meridionale del Paese asiatico.

La coreana Jeong Kwan, monaca buddista e cuoca

È considerata tra i migliori chef vegani e zen al mondo, «un riconoscimento che mi suona davvero strano. Questi complimenti non fanno per me» si schernisce.

Conosce Slow Food da tempo e nel 2014 è intervenuta a Torino a Terra Madre, perché «la filosofia alla base del movimento del cibo lento è molto simile ai fondamenti della cucina dei templi coreani: è bene essere grati alle innumerevoli persone e alla natura che, insieme, hanno partecipato alla produzione del cibo. Bisogna vivere in modo armonioso con la natura stessa, per ripagarla dei suoi frutti. Questi princìpi sono importanti perché aiutano a mantenere la mente pulita e il corpo sano».

Lei continua a seguire i ritmi delle giornate e delle stagioni nel suo “ritiro”, un monastero immerso in un parco naturale. Da alcuni anni, però, i fedeli da tutto il mondo vogliono incontrarla e la cercano per trascorrere un pomeriggio insieme tra meditazione e cucina.

«Sono diventata una religiosa – spiega – all’età di 17 anni, quando ho realizzato che la vita umana e la natura sono una cosa unica. Non mi considero uno chef. Al massimo, sono una monaca che cucina. La mia attività, infatti, dall’esterno può essere vista come quella di un cuoco, ma in realtà sto praticando il buddismo nel modo più profondo e autentico. Attraverso le nostre ricette tradizionali condividiamo radici comuni che vanno al di là delle differenze di razza, età o sesso e questo è un altro aspetto degli insegnamenti di Buddha».

La notorietà internazionale per Jeong Kwan è arrivata nel 2015 quando è stata invitata a New York dallo chef francese Eric Ripert, anch’egli buddhista, che ha organizzato un momento per pochi intimi nel suo ristorante Le Bernardin. Poco dopo, il New York Times ha pubblicato un lungo articolo sulla serata e così ha fatto conoscere la storia della monaca-chef seguace di Buddha in tutti gli Stati Uniti e in Europa.

Il suo approccio alla cucina è totalizzante: «Non sono gli ingredienti o il modo di cucinare che contano per avvicinare all’illuminazione, ma è il cibo stesso che fa crescere il nostro organismo e nutre lo spirito, che sono ciò che importa per arrivare a essere più vicini alla divinità. Io sono cibo, tutti noi siamo cibo».

La cultura culinaria che porta avanti Jeong Kwan è stata codificata in oltre 1700 anni di storia dei templi buddhisti in Corea e segue princìpi contadini e tradizionali che si sono sviluppati anche in altre parti del mondo, in epoche diverse e che, da tempo, con Slow Food cerchiamo di diffondere sempre più.

«Alla base di tutto c’è la semplicità – evidenzia -. Quando ci mettiamo in cucina cerchiamo di utilizzare tutto di ciascun ingrediente, per minimizzare gli scarti e i rifiuti. Scegliamo ortaggi e frutta di stagione, per conservare sempre al meglio i sapori naturali. Mi chiedono spesso se io abbia un ingrediente segreto. La risposta è anch’essa molto semplice: no. Cerco di mettere in ciascuna ricetta i prodotti che stanno bene insieme. Tutto qui».

Ed è con questo spirito che la religiosa coreana prepara i suoi piatti. Il suo preferito sono i funghi shiitake brasati in sciroppo di grano, ma le piace anche scottare tutti i suoi ingredienti con la tradizionale salsa di soia coreana.

«Una preparazione – precisa – che rende teneri i vari cibi e permette loro di tirar fuori anche i sapori più profondi e nascosti. Nei nostri templi la tradizione vuole che si cucini per più persone, così di solito preparo pietanze per dieci o venti commensali. In alcuni eventi eccezionali mi è successo anche di cucinare per centinaia di invitati. La premessa della tradizione culinaria coreana è di mangiare sempre con qualcuno, in modo slow ovviamente!».

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 13 settembre 2018

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • SiNo