Lo sfruttamento e noi, complici inconsapevoli

Sedici braccianti morti nel Foggiano in due giorni in altrettanti incidenti stradali. C’è voluta questa vergognosa doppia tragedia per riportare l’attenzione su quello che è un fenomeno ancora estremamente radicato nelle nostre campagne: lo sfruttamento della manodopera bracciantile. Una ferita figlia di un sistema distorto di cui, purtroppo, anche noi cittadini siamo complici, spesso inconsapevolmente.

Immagino infatti sia capitato a tutti di trovare, nella propria cassetta postale, “volantini” di ipermercati, supermercati e discount che pubblicizzano prodotti sottocosto, sconti imperdibili e altre meraviglie. A leggere determinati prezzi si rimane a bocca aperta, ma cosa c’è dietro tutto questo?

Complice un articolo di Stefano Liberti e Fabio Ciconte uscito su Internazionale, nei giorni scorsi si sono accesi i riflettori sul meccanismo delle aste a doppio ribasso, una pratica di acquisto ampiamente diffusa tra gli operatori della grande distribuzione organizzata (GDO) che mette in difficoltà, con un effetto domino che coinvolge tutti gli attori, l’intera filiera agroalimentare.

Il pomodoro e i suoi derivati sono un caso emblematico di questo sistema: in sostanza, attraverso due aste consecutive, i fornitori sono forzati a fissare prezzi sottocosto per i loro prodotti al solo scopo di “restare nel giro” e di non perdere il posizionamento in scaffale.

Un meccanismo che ovviamente poi obbliga questi stessi fornitori a rifarsi sui produttori, e quest’ultimi sui lavoratori salariati, in un circolo vizioso che puzza dalla testa e che spesso si traduce proprio in fenomeni come quello del caporalato e dello sfruttamento nei campi che oggi, dopo le tragedie di Foggia, piangiamo.

In un pallido tentativo di giustificazione, dai rappresentanti della GDO è emerso il solito mantra dell’impotenza di fronte alla “cattiveria del mercato a cui purtroppo bisogna adeguarsi”, come in sostanza recita il comunicato rilasciato da Eurospin (nota catena italiana di discount) in risposta alle polemiche.

In sintesi il mercato, che non si capisce da chi dovrebbe essere guidato e che ci viene narrato come disinteressato e imparziale, è il sovrano che detta un’unica legge: essere debole coi forti e forte coi deboli per scaricare sempre più in basso le esternalità negative di un sistema che non funziona e che fa gli interessi di pochi a svantaggio di molti.

La ragione profonda alla base di tutto questo è chiara: il cibo è diventato pura commodity soggetta a una spregiudicata economia di scala che ha come fine ultimo solo ed unicamente l’abbattimento dei prezzi. “Lo vuole il consumatore!”, si dice. E allora la filiera del pomodoro non è l’unica a essere interessata dal fenomeno, ma si potrebbe parlare di quella del latte, dell’olio e persino del vino da tavola o di alcuni formaggi, inclusi eccellenze come il Parmigiano Reggiano.

Il problema è che dietro a un barattolo di passata o di pelati a 0,80€ al litro c’è un sistema produttivo che non può stare in piedi e che soprattutto non può dare qualità, né alimentare né sociale.

Chi ci perde, oggi, sono infatti sia i consumatori che i produttori. I primi perché, dietro l’illusione della convenienza, si vedono propinati prodotti che per forza di cose non possono avere standard qualitativi alti o nascondono situazioni umane non tollerabili per uno stato che si dice civile. I secondi perché sono schiacciati da un meccanismo perverso che li impoverisce e li pone in costante competizione al ribasso alimentando una sanguinosa guerra tra poveri.

Senza dimenticare poi, oltre al già citato altissimo rischio di sfruttamento dei lavoratori, anche i danni agli ecosistemi che un’agricoltura totalmente improntata alla quantità e all’abbattimento dei costi provoca.

Per questo serve una nuova visione da parte dei cittadini, non possiamo più accettare di essere abbindolati da prezzi che sono bassi solo nominalmente perché generano danno (e costi nascosti) a tutto il sistema economico e agricolo. Dobbiamo richiedere prezzi giusti a fronte di una buona qualità, dobbiamo provare radicalmente a incidere su filiere che penalizzano gli ultimi e l’ambiente.

Il consumatore deve essere in grado di scegliere e tale libertà implica conoscenza e informazione. Tenendo ben presente, poi, che anche le politiche agricole sono decisive per delineare il sistema che vogliamo. A questo proposito in Commissione Europea è stata da poco presentata una proposta di direttiva sulle pratiche commerciali sleali che mira a proteggere proprio quei piccoli che ad oggi rischiano più spesso di venire schiacciati.

Se approvata, verrebbero finalmente introdotte regole più chiare per contrastare i metodi sleali come le aste al doppio ribasso e meccanismi di tutela per tutti gli stadi della filiera, riducendo lo strapotere dei colossi della distribuzione. L’augurio è che i governi si facciano rapidamente carico di trasformare in realtà questa proposta.

La strada da percorrere è lunga e complessa, ma dobbiamo avere chiaro dove vogliamo arrivare: salvaguardia della salute del consumatore e dei lavoratori della filiera, remunerazione giusta del produttore, tutela dell’ambiente e cibo di qualità per tutti sono il nostro faro.

 

Carlo Petrini

da La Repubblica dell’8 agosto 2018

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