L’Italia si scopre tropicale

“Contro il cielo nulla si può” recita un vecchio adagio contadino. Un motto che racconta la fatalità di una vita rurale che dipende dalla stabilità del clima.

Ma è ancora proprio così? Oggi, di fronte all’ennesima tragica ondata di maltempo, qualche domanda in più sorge spontanea, e soprattutto viene voglia di mettere in discussione un caposaldo della saggezza agricola.

Foto Fabrizio Corradetti/LaPresse

Se è vero, infatti, che i fenomeni atmosferici estremi ci sono sempre stati e che la nostra Italia ha una lunga storia di calamità, quello a cui stiamo assistendo negli ultimi anni non può essere liquidato come un capriccio del clima che di volta in volta si accanisce su un territorio diverso.

Al contrario dobbiamo per lo meno evidenziare due aspetti, che richiedono una presa di coscienza immediata e non più derogabile. Da un lato è incontrovertibile che il clima nel nostro Paese si stia tropicalizzando.

L’aumento delle temperature globali porta, alle nostre latitudini, all’intensificarsi (sia come frequenza che come intensità) di fenomeni atmosferici estremi che vanno da periodi di siccità prolungati fino ai grandissimi quantitativi di acqua che cadono in poche ore.

E il dramma è che ci stiamo abituando, e allora il tappeto di grandine che abbiamo visto a Roma meno di dieci giorni fa ci strappa un sorriso, così come i 28 gradi che c’erano nel mio Piemonte solo l’altro giorno.

Eppure queste sono le prove che, se non si corre ai ripari al più presto, dovremo attenderci sempre più tragedie e più disagi, sempre più frequentemente.

Dall’altro lato, è impossibile non indignarsi di fronte alla vergognosa gestione del suolo che abbiamo nel nostro Paese. Tanto più vergognosa perché inesistente.

Con una percentuale di cementificazione tra le più alte d’Europa, continuiamo a rendere impermeabili porzioni enormi di suolo agricolo impedendo quindi che le precipitazioni possano essere contenute dal terreno e andando in questo modo incontro a frane, smottamenti e piene.

Una situazione inaccettabile, per di più con una proposta di legge depositata dall’allora ministro dell’agricoltura Catania in Parlamento nel 2011 rimasta inascoltata in barba a tutti i cambiamenti di governo.

Una quindicina di giorni fa le commissioni congiunte Ambiente e agricoltura del Senato hanno finalmente dato, con la lettura di due testi, il via a un percorso che, speriamo in tempi brevi, porti alla promulgazione dell’attesa norma nazionale per il contrasto al consumo di suolo.

Se la manovra economica e la politica fiscale sono indubbiamente prioritarie, non di meno lo sono le politiche di gestione del territorio. Anzi, queste ultime sono forse più urgenti ancora, perché potrebbero mettere finalmente fine a un vuoto normativo indegno di qualsiasi paese civile. È ora di esigere con forza che a livello globale ci si faccia carico di affrontare seriamente il cambiamento climatico e le sue cause.

A livello italiano e locale bisogna pretendere una strategia di gestione del suolo e una legge che lo tuteli adeguatamente. Servono provvedimenti che impediscano di consumare terreno libero per nuove costruzioni, è necessario liberare i bilanci comunali dalla dipendenza dagli oneri di urbanizzazione per fare cassa, occorre fare pressioni sul governo a livello nazionale e locale.

Bisogna farlo per il futuro nostro e dei nostri figli, perché un terreno che diventa impermeabile non può più tornare allo stato naturale, è perso per sempre come le vite di coloro che ogni ondata di maltempo si lascia tragicamente dietro.

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 30 ottobre 2018

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