L’inganno dell’hamburger vegano

Perché i vegani dovrebbero rinunciare a una fetta di salame o a un panino con la mortadella? Tranquilli, l’industria alimentare ha pensato anche a loro.

Immaginate di sedervi a tavola, ordinare un hamburger, e trovarvi di fronte un prodotto ha la pretesa di riprodurne tutte le caratteristiche: la consistenza, il nome, le dimensioni, il colore, il sapore ma senza l’ingrediente che fa sì che quell’hamburger debba poter essere definito tale, ovvero la carne.

Attenta ai nuovi comportamenti alimentari e ai consumi che cambiano, l’industria alimentare non ha fatto certo aspettare la sua risposta e in questa epoca di post-verità, dove le parole sono svuotate del proprio significato, possiamo scegliere tra una quantità considerevole di cibi che ne scimmiottano altri: salami vegani, hamburger di soia, arrosti di tofu e spiedini di seitan (che altro non è se non glutine aromatizzato con salsa di soia e alghe), sono solo alcuni delle soluzioni facili proposte per soddisfare le esigenze di un mercato in continua espansione come quello dei prodotti veg.

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La realtà è che ancora una volta si tratta di offrire cibo pronto, trasformato, facile, senza storia né radici, un cibo ancor più subdolo perché vanta la pretesa di essere vicino all’ambiente e salutare. Ma ogni volta che mangiamo un salame vegano, voltiamo le spalle alle nostre tradizioni e alla nostra cultura gastronomica, e ci inganniamo.

Il salame, per definizione, è un salume insaccato che si ottiene dalla miscela di macinato di carne e grasso. Può variare nelle dimensioni, bio-smile-salaminell’utilizzo delle spezie da parte del norcino, nel tipo di carne utilizzata (suino, ma anche capra, pecora, oca, cinghiale…). Ne esistono centinaia di varietà. Ogni regione, ogni valle, ogni comunità e ogni norcino custodiscono la propria ricetta. Si tratta di un patrimonio gastronomico, solo per restare in Italia, immenso. E definire “salame” un cibo dalle fattezze simili ma con ingredienti che niente hanno a che vedere con quelli tradizionali, come se si trattasse di una semplice alternativa eco-friendly, è un inganno.

Ed è proprio quello che ha di recente chiesto l’associazione europea che rappresenta l’industria della trasformazione della carne (Clitravi) alla Commissione europea, ovvero di fermare il dilagare di questi prodotti, stabilendo degli standard specifici per la denominazione di marketing come già avviene con il miele e il latte.

Naturalmente, Slow Food rispetta le scelte di chi decide di non consumare carne, per qualsiasi ragione lo faccia. Anzi, da anni invitiamo
a riflettere sui nostri consumi e portiamo avanti campagne di sensibilizzazione anche per promuovere la diminuzione dei consumi di carne, diventati insostenibili. Come chiediamo con insistenza trasparenza e chiarezza in etichetta e maggiori informazioni: non solo la lista degli ingredienti, ma anche metodi di lavorazione, tecniche di allevamento, di coltivazione, in modo da poter effettuare liberamente le nostre scelte d’acquisto.

Anche per questo, nonostante il fine nobile che riconosciamo, nel promuovere i consumi di vegetali, pensiamo però che l’hamburger vegano sia una presa in giro. È dannoso per gli allevatori che con il loro lavoro si impegnano per promuovere un prodotto di qualità ed è ingannevole per i consumatori che involontariamente prestano il fianco a questi trucchi di marketing individuati dall’industria alimentare, pronta a cavalcare l’onda della moda dei prodotti veg.

Perché se rabbrividiamo quando ci troviamo tra le mani il formaggio Parmesao prodotto in Brasile o il Regianito che arriva dall’Argentina e li consideriamo prodotti dannosi nei confronti del made in Italy e delle nostre tradizioni, allo stesso modo una bistecca fiorentina vegana è una mistificazione della realtà.

A cura di Jacopo Ghione
j.ghione@slowfood.it

 

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