«L’Europa guidi un Piano Marshall per l’Africa»

C’è un mantra che ricorre spesso nei discorsi politici sull’immigrazione, non solo in Italia ma in buona parte dell’Occidente e del mondo ricco: aiutiamoli a casa loro. Un modo di dire fortemente identificato con il fronte della chiusura, quasi sempre usato per rifiutare e respingere invece di assistere e aiutare coloro che dopo tremendi viaggi riescono ad arrivare sulle coste dell’Europa.

Gran parte degli immigrati provengono dai paesi dell’Africa Sahariana e sub-Sahariana. Provengono da paesi in cui conflitti per le risorse, instabilità politica, cambiamenti climatici e neocolonialismo riducono al minimo le opportunità di lavoro e, più in generale, le possibilità di condurre una vita dignitosa, in pace e in armonia con l’ambiente e con la propria comunità. Gran parte di queste condizioni di precarietà e di sofferenza non hanno peraltro origine nelle dinamiche interne del continente africano, molto più spesso dipendono da meccanismi politici, economici e finanziari che hanno i loro centri decisionali molto lontano, ma non è questo l’oggetto di questa riflessione. Accanto a queste situazioni di sofferenza, tuttavia, l’Africa è in enorme fermento. Un continente in cui la maggior parte della popolazione ha meno di 35 anni ed è sempre più istruita, sempre più informata e sempre più consapevole. Una classe giovanile intelligente e moderna oltre che numerosa.

La diffusione delle nuove tecnologie ha superato in molte zone il problema dell’isolamento, mettendo in connessione anche aree molto lontane tra loro e senza collegamenti praticabili. Sono nati modelli di gestione delle transazioni finanziarie che non necessitano di carte di credito o di contante, sistemi di informazione basati su web radio e social network adattati alle necessità locali che sono straordinariamente innovativi e che generano nuovi modi di essere comunità, nuove prospettive di interazione e di consapevolezza.

Sono convinto che manchi davvero poco al momento in cui l’emancipazione dei nostri fratelli africani avverrà in modo dirompente.

In molte parti del continente l’agricoltura gioca un ruolo determinante, e si vede sempre più spesso una nuova agricoltura, fatta di progetti di coltivazioni urbane e periurbane che nutrono metropoli in continua espansione, di piccole imprese di trasformazione che nascono utilizzando le energie rinnovabili di sole e vento per azionare le pompe dell’acqua o per gestire i processi energivori.

Non solo, ma si sta diffondendo un approccio nuovo alla coltivazione, dove si rilanciano sementi autoctone, dove l’agricoltura ha un ruolo fortemente sociale e comunitario (basti pensare ai quasi 4000 gli orti promossi da Slow Food in 32 paesi, orti di comunità in grado di alimentare anche 500-1000 persone ma anche di metterle in rete), dove la produzione di cibo diventa uno strumento per combattere desertificazione e land-grabbing (il fenomeno dell’accaparramento della terra in cui, guarda caso, un ruolo decisivo hanno i paesi ricchi che comprano enormi appezzamenti a prezzi stracciati cacciando i contadini che li usano da secoli per diritto consuetudinario). Non solo, ma tra i molti giovani che stanno lottando per trasformare profondamente l’Africa ci sono milioni di donne che stanno conquistando nuovi spazi e nuova autonomia. In questo senso l’agricoltura e il cibo diventano strumenti di emancipazione anziché di dipendenza.

Si è evocato da più parti un piano Marshall per l’Africa. Sono convinto che, se realizzato, potrebbe davvero rappresentare una svolta epocale nei rapporti politici ed economici di questo mondo. L’Europa in questo percorso può e deve giocare un ruolo di primo piano, deve essere in testa e deve guidare con determinazione. Diversamente, senza questa visione strategica di lungo periodo (e, aggiungo, senza mettere da parte la brama di mettere le mani sulle risorse naturali dell’Africa) continueremo a sentire odiosi discorsi sull’opportunità o meno di finanziare l’assistenza in mare e il sacrosanto soccorso ai profughi, rimanendo intrappolati in una spirale che non solo non ha futuro, ma che non rende onore alla storia europea e alle grandi energie che ovunque stanno crescendo nel continente africano.

 

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it

 

Alla tematica dei migranti, con particolare attenzione ai fenomeni migratori nella loro complessità, agli esempi di inclusione e integrazione e ai giovani delle seconde generazioni, è dedicata la prima edizione del festival cinematografico Migranti Film Festival 2017.

Ideato e organizzato dall’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, in collaborazione In collaborazione con Slow Food e Città di Bra, parte del progetto MigrArti, e con il sostegno di NovaCoop e della Fondazione CRC, il Festival vi aspetta a Pollenzo, Bra (Cn) dal 10 al 12 Giugno 2017.

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