Lenticchie, ecco quelle sfuggite alle regole del mercato globale

Le lenticchie tornano sempre puntuali al desco di Capodanno. Sono un tradizionale augurio di prosperità e ricchezza, che in tempi di crisi non guasta mai, ma intanto le abbiamo progressivamente eliminate dalle nostre tavole quotidiane per via del mutare della nostra agricoltura e dei nostri usi alimentari.

sf0052407Ora le releghiamo soprattutto alle occasioni come quelle di fine anno, forse perché nel profondo della nostra coscienza collettiva ci rimandano a un passato di povertà e difficoltà che vogliamo dimenticare (ed è un po’ paradossale, visto che le serviamo come auspicio di agio economico per l’anno che verrà). Erano infatti un prodotto popolare, che veniva usato ad integrazione delle piccole economie di sussistenza familiare nei piccoli poderi, anche perché sono piante rustiche e robuste, che ben si adattano a crescere in terreni marginali e meno fertili.

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Oggi, per continuare con i paradossi, se vogliamo consumarne di nostrane dovremmo sborsare cifre più alte di quanto non si faccia con quelle di importazione. Ne abbiamo conservate una grande varietà, sicuramente non paragonabile a quella di un tempo, ma soprattutto al Centro e al Sud hanno resistito proprio in quelle zone più difficili da sfruttare per un’agricoltura più intensiva. Sono quasi tutte piuttosto rare, ma sono un simbolo della difesa della nostra biodiversità, da celebrare godendo di differenti grandezze, colori, provenienze. In Italia negli anni ’30 c’erano ben 125.000 ettari coltivati a lenticchie, oggi ne restano mille. Produciamo 750 tonnellate in tutto, a fronte di un fabbisogno di 24.000. Ecco allora che arrivano lenticchie da India, Canada, Cina, Turchia: i principali produttori al mondo. Ma è difficile che abbiano i picchi qualitativi delle nostre, ed è ancor più difficile avere garanzie in tema di sicurezza alimentare o un minimo di tracciabilità.

lenticchiaSe mangiamo lenticchie solo a Capodanno e in poche altre occasioni conviene allora investire nelle nostre, più care ma più buone, senza badare a spese ma consci che proteggiamo così un pezzo della nostra biodiversità, che ridiamo fiato a economie agricole marginali del nostro Paese, spesso immerse in luoghi che meritano di essere salvaguardati insieme al lavoro di chi li coltiva e se ne prende cura. È questo forse il più concreto auspicio di ricchezza che possiamo darci per l’anno nuovo.

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Sono tante le nostre lenticchie sfuggite alle regole del mercato globale: segnalo le lenticchie di Altamura (BA), di grande calibro, le umbre di Castelluccio di Norcia (PG) molto piccole e saporite e quelle di Colfiorito, le laziali di Ventotene (LT), Onano (VT) e dell’altopiano del Rascino (RI), le aquilane del Fucino e la casertane di Valle Agricola. Poi abbiamo a disposizione quattro Presìdi Slow Food. Quelle di Ustica, piccole, marroni, tenere e saporite, che non hanno bisogno di ammollo. Poi Villalba (CL), sempre in Sicilia, dove si hanno lenticchie a seme grande, quindi Mormanno (CS) in Calabria con piccolissime lenticchie dal colore variegato dal rosa al verde al beige, che lì si mangiavano in zuppa usando come cucchiaio una calotta di cipolla. Infine, in Abruzzo, ci sono quelle di Santo Stefano di Sessanio, minuscole e marrone scuro-violaceo.

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