Le lettere dei nostri delegati dalla Sierra Leone

Pubblichiamo le lettere inviate dai delegati in Sierra Leone di Terra Madre: con 900 morti su 2700 casi di contagio, la Sierra Leone è uno dei Paesi più colpiti dall’epidemia EbolaPatrickMansaray

Patrick Mansaray, responsabile progetto orti Slow Food in Sierra Leone e referente Presidio della cola di Kenema, delegato di Terra Madre nel 2010 e 2012

E qui il commento di Carlo Petrini

«Ebola sta colpendo tutto il Paese, e in particolare le comunità di Kailahun e Kenema, nella regione orientale. Questi due distretti sono in quarantena, gli spostamenti sono limitati, i piccoli mercati (dove i contadini portano frutta e verdura e comprano sale, sapone, abiti e altro materiale per le famiglie) sono chiusi e sono chiuse le scuole, i cinema, i ristoranti, i campi sportivi.

In questo periodo, normalmente le comunità si riuniscono nei villaggi in gruppi di 5-10 persone e lavorano insieme in campagna. Questo permette loro di coltivare una buona quantità di terra e di avere il necessario per la famiglia e qualcosa da vendere. Ma da quando è iniziata l’epidemia di ebola, è vietato formare gruppi di più di 5 persone, per evitare il contagio.

In questo periodo di crisi gli orti di Slow Food sono più importanti che mai. Lo spirito di collaborazione si è rafforzato e molte comunità ora sopravvivono proprio grazie ai prodotti di questi orti. Non dobbiamo abbandonare questo progetto, ma andare avanti, tutti insieme”

Le parole di padre Maurizio Boa, missionario dei Giuseppini del Murialdo (sostenuti dall’ong internazionale Engim), delegati di Terra Madre nel 2012 con la sua comunità di pescatori di Kent

«Carissimi, da 17 anni vado a dir messa a Waterloo Camp, ora diventato Kissi Town. Era in passato un aeroporto militare inglese della seconda guerra mondiale e lungo una pista di 500 e più metri sono sorte capanne di sfollati e profughi. Quando ho cominciato ad andarci nel 1997 era tutto un miscuglio di gente scappata dalla guerra in Liberia e dalla furia ribelle in Sierra Leone… C’era anche una piccola cappella più volte distrutta e ricostruita, dove la comunità cattolica si ritrovava per la preghiera. Qui la mia presenza. Ha ospitato negli anni fino a 80.000 e più persone. Poi le guerre sono finite e quelli che hanno potuto hanno fatto ritorno ai loro villaggi. In 20.000 circa sono però rimasti; poveri, disoccupati, ammalati, amputati, ciechi. Un Campo in cui la sofferenza umana è evidente, tangibile: case di fango, tetti di plastica o paglia, tende come porte e niente alle finestre, fuori tre pietre per cucinar e bambini, tanti bambini, scalzi, malvestiti o nudi, spesso ammalati e affamati.

Qui è scoppiata Ebola. Nei tre giorni di quarantena sono stati trovati dentro le case 45 corpi morti, 47 case sono state messe subito in quarantena, 184 persone, sono stati contati 34 orfani, corpi non sepolti ovunque lungo la strada e il contagio continua, è continuato tanto che ieri, domenica 12 ott. mi hanno comunicato cifre ben più consistenti. Hajah e Mabinty morte, sono due ragazze che da sempre ho aiutato, erano orfane. I loro corpi trovati lungo la strada.

È una sofferenza che ci vede impotenti. Dalle case chiuse chiedono cibo, acqua, aiuto. Chi darà loro da mangiare? Chi si occuperà dei bambini e dove? Venerdì sono andato con 20 sacchi di riso, 15 di cipolle, una tanica di olio… pensavo di aver portato qualcosa, disperatamente mi sono accorto di non aver portato niente. Oltre a me nessuno è venuto in aiuto a questa gente. Sono tornato con 50 sacchi di riso, 40 di cipolle, 20 taniche di olio, 37 pacchi di biscotti. Il capo villaggio ringrazia e mi porge una lista lunga che non finisce mai. Manca il pesce, la cassava, l’acqua, la clorina, il sapone, i disinfettanti… Manca tutto e nessuno interviene. Tutti hanno una sacrosanta paura di Ragazza Sierra Leone comunità colaavvicinarsi, paura di essere coinvolti. I bambini piangono, nessuno li consola; sono sporchi, nessuno li lava, hanno fame, voglia di sicurezza ed affetto e non c’è nessuno per loro, solo Ebola e la sua volontà di morte. Mi viene da gridare “aiuto”, ma a chi? Tutti hanno i loro problemi, le loro priorità e ora anche in Europa le loro paure, le loro ansie… Mi chiudo in silenziosa preghiera. Qualcosa capiterà, deve capitare. Possibile che solo la forza del male abbia forza? C’è tutto un movimento mondiale attorno a questa ebola, gente nuova, mai vista prima, esperti da ogni parte del mondo che espongono la loro vita per lottare contro; a loro tutta la mia ammirazione e il mio grazie. E io? Vieni a casa!!! Mi dicono. Fossi matto. Capisco il vostro affetto e l’ansia, ma oggi più che mai sono determinato a restare e sarà quel che sarà. Venire in Italia? Guardato con sospetto, forse anche con paura. No, è meglio qui, con i miei ragazzi. Qui ci sto bene, è il mio posto, la mia vita è qui. E ringrazio Dio con tutto il cuore. Aiutatemi però, aiutatemi ad aiutare questa gente, da solo non ce la faccio. Il contributo di tutti anche se piccolo può fare la differenza. Grazie. E la preghiera…»

Lettera di Peter Bayuku Konteh, Ministro del Turismo e dei Beni Culturali della Sierra Leone, delegato di Terra Madre nel 2010

Oltre 30.000 operatori sanitari stanno andando casa in casa, supportati logisticamente dai soldati, fra i 6 milioni di abitanti della Sierra Leone, per vedere se ci sono malati, per dare istruzioni su come prevenire il contagio e per spiegare che cosa fare in caso di necessità. In un Paese con 2 dottori ogni 100.000 abitanti, è uno sforzo logistico e organizzativo grandissimo, mentre l’economia è al collasso. In molte parti del paese si trovano cadaveri abbandonati per le strade o negli edifici scolastici ora inutilizzati. Tra i morti, un dieci per cento sono medici e infermieri, dei quali il Paese ha ora enorme bisogno. I prezzi sono raddoppiati, chi può scappa dalla Sierra Leone, le scorte di riso cominciano a scarseggiare, molti hanno perso il lavoro, anche perché sono paralizzate le attività degli investitori stranieri e delle multinazionali. Le già scarse entrate dello Stato si stanno erodendo ulteriormente. In questo panorama desolante, ho ricevuto dal mio Presidente l’incarico, senza fondi allocati, di monitorare la situazione nella mia Regione (Koinadugu), coordinare gli interventi degli operatori sanitari negli 11 Comuni e nei villaggi e fare in modo che alcune persone spaventate escano dalla foresta, per farsi curare.

Ho incontrato e visitato tante comunità della regione e, in particolare i villaggi al confine con la Guinea, portando un campione di termometro laser: ho spiegato che funziona a distanza, senza toccare la persone, e poi perché e come va usato.

A me si rivolgono anche i più deboli, come i ciechi, i lebbrosi, i bambini di strada rimasti orfani, perché per tutti costoro è ancora più difficile sopravvivere in un contesto così problematico, soprattutto procurarsi il cibo e le altre cure. Con gli aiuti ricevuti (cloro, guanti monouso, termometri, altri dispositivi di protezione e motorini per girare nei villaggi per sensibilizzare la popolazione) e con parte del mio stipendio, cerco di fare il possibile per aiutare la mia gente. La comunità internazionale ha finora sottovalutato gravemente l’epidemia. Perciò mi permetto di rivolgere ancora un appello, a nome della popolazione della Regione di Koinadugu, che ringrazia insieme a me per tutte le attrezzature sanitarie e gli aiuti già mandati. Abbiamo tantissimo bisogno di medici, infermieri, dispositivi ospedalieri e sanitari, ma anche fondi per l’organizzazione e la logistica all’altezza di questa gravissima emergenza.

Sin d’ora, ringrazio di cuore chi vorrà aiutare la sofferente popolazione della Sierra Leone e vi chiedo di diffondere questo mio appello a tutti i vostri amici, conoscenti, organizzazioni che ci possano dare una mano»

Difendiamo il cibo vero insieme - Diventa Socio Slow Food

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