Le mire di Kraft-Heinz su Unilever. A chi gioverebbe questa operazione?

Neanche due anni fa mi trovavo a commentare, su questo stesso giornale, la notizia della fusione tra Kraft e Heinz. Aveva fatto scalpore l’unione di due giganti della produzione del cibo, che insieme formavano un colosso da quasi 110 miliardi di dollari di capitalizzazione.

Oggi siamo di fronte a un nuovo capitolo di questa storia: Kraft-Heinz ha ufficialmente presentato un’offerta da 143 miliardi di dollari per l’acquisizione di Unilever, azienda anglo-olandese parzialmente dedicata al cibo ma ampiamente presente anche sul mercato dei cosmetici e dei beni di largo consumo. Al momento è stata rifiutata, ma la trattativa rimane aperta e non è detto che non si concluda nel prossimo futuro.

Mappa elaborata da convergencealimentaire.info

Vale allora la pena di porsi una domanda che già due anni fa sorgeva spontanea: a chi giova un’operazione di questo genere? Non c’è dubbio che la nascita del secondo gruppo aziendale mondiale nel campo dell’alimentazione (insieme le due aziende fanno oggi 85 miliardi di fatturato, “solo” 6 in meno di Nestlè) significherebbe aumentare vertiginosamente quella concentrazione della filiera che, purtroppo, è in già una realtà.

Una volta conclusa questa acquisizione, infatti, le dieci principali aziende di trasformazione controllerebbero il 70% dell’intero mercato alimentare mondiale, facendo da imbuto alla produzione delle 550 milioni di aziende agricole del mondo.

Non solo ma, in un mondo in cui stanno nascendo (e il Ceta recentemente approvato è un esempio) corti arbitrali internazionali che danno alle imprese la facoltà di citare in giudizio stati sovrani qualora questi implementino azioni che si suppongono limitanti della libera concorrenza, una tale potenza di fuoco fa temere per la libertà degli organi legislativi nazionali di perseguire gli interessi dei cittadini.

Ne va della libertà di tutti noi di scegliere che cosa mangiare e degli agricoltori di decidere prezzi e modalità di produzione.

Io credo che ci meritiamo di meglio, e sono pronto a scommettere che la maggioranza dei cittadini la pensi allo stesso modo. Non è un caso infatti che ovunque crescano in parallelo mercati contadini, vendita diretta, esperienze di community-supported agriculture. È un’economia più difficile da quantificare con i parametri della finanza ma non meno determinante in termini di impatto reale. Non solo, ma in questo caso è benessere che rimane sul territorio, che genera beni relazionali, che tutela ambiente e biodiversità. Abbiamo tutti bisogno di libertà e di informazione, di varietà e di contatti reali. La concentrazione estrema di qualsiasi filiera non va certo in questa direzione. E se ancora ci stiamo chiedendo a chi giova questa operazione forse può aiutarci un dato: le azioni di Kraft sono cresciute, dopo l’annuncio dell’offerta, del 3,9%, quelle di Unilever dell’11%. La speculazione finanziaria, indipendentemente da come andrà a finire, ha vinto di sicuro.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it
Da La Repubblica del 18 febbraio 2017

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