Le cucine dove non si cucina (più)

Qui di seguito trovi un passaggio tratto dal libro Che mondo sarebbe. Pubblicità del cibo e modelli sociali di Cinzia Scaffidi, in cui l’autrice racconta di come le cucine italiane siano descritte dalla pubblicità: sono cucine che non si sporcano, in cui il cibo entra dentro sacchetti e scatolette da cui vengono fuori pasti completi e già pronti, salvo poi aver bisogno dei migliori detersivi del momento per far brillare di nuovo le stoviglie. Cucine in cui paradossalmente non si cucina quasi mai, e piene di elettrodomestici che sono già obsoleti nello stesso momento in cui vengono immessi sul mercato. Qui invece puoi leggere l’intervista all’autrice. 

Cinzia Scaffidi presenterà Che mondo sarebbe
venerdì 16 febbraio alle ore 18 al Circolo dei Lettori di Torino con Marco Trabucco
sabato 17 febbraio alle ore 18 presso la libreria di FICO Eataly World di Bologna con Patrizio Roversi e Lella Donati

The never dirty kitchen

Le cucine degli spot non conoscono vie di mezzo. Riescono a essere immacolate anche dopo che qualcuno ha preparato cena per cinque persone. Al massimo qualche goccia d’acqua decora il tagliere sul quale, come abbiamo imparato dai film e telefilm americani, qualcuno ha tagliato delle verdure crude. Tagliare verdure crude significa, nell’immaginario costruito da quel tipo di narrazione, che si cucina sul serio. Significa che si sa cucinare.

Escludendo i thriller in cui l’attività del tagliuzzare verdure è funzionale alla scena in cui con il coltello abbandonato sul tagliere sarà compiuto un delitto o ci si difenderà da un malfattore entrato in casa dalla porta di servizio (non la chiudono mai, eppure l’abbiamo imparato anche noi da casa che è imprudente), in tutte le altre situazioni narrative, se qualcuno tira fuori delle verdure dal sacchetto della spesa e inizia ad affettarle sul tagliere (esatto, non le lavano) è perché ha deciso che si mette a cucinare come si deve. Sono verdure con cui si faranno piatti straordinari, ma cotti, perché le insalate negli spot non si fanno; stanno solitamente in un sacchetto, già pronte, e volendo, ma solo per beneficiare di quelle graziose gocce d’acqua sul tagliere, si possono passare un attimo sotto il rubinetto scintillante, nel lavandino che non ha mai conosciuto, né mai conoscerà, il calcare. Scongelando hamburger direttamente nel microonde, aprendo scatole di tonno o di carne in gelatina, tagliando buste di insalata e svitando coperchi di barattoli di sugo pronto, in effetti, come dovrebbero sporcarsi quelle strepitose, enormi cucine? Al massimo ci si cuoce la pasta, o si fa bollire per 6 minuti (sei minuti) il minestrone: in ogni caso una pentola con un po’ d’acqua, su un fornello. Anche la mattina non si rischia: il latte viene scaldato senza incidenti; il caffè ormai non vede più un fornello da anni, ma solo macchinette con o senza cialde; il tè non ha mai comportato rischi, ma perlopiù l’acqua bollente arriva dal bollitore elettrico di design che si pavoneggia accanto a parimenti eleganti e immacolati spremiagrumi e tostapane. Così le nostre famigliole da spot mangiano in cucine perfette, che certamente non vengono turbate da alcun volgarissimo profumo di cibo.

Man @ work

Come si spiegano, allora, gli spot dei detersivi, che ci propongono la potenza degli acidi degli inferi senza la quale mai e poi mai riusciremmo a scrostare i sedimenti cristallizzati di milioni di schizzi dai nostri fornelli, dal piano di lavoro, e quello strato d’unto compatto e ossidato dal tempo che ricopre le piastrelle? Mistero. In un mondo in cui nessuno cucina, tutti si dovrebbero dotare di potenti mezzi per rigovernare. Anche perché, ci informano, spesso la nostra casa ci “sembra” pulita, ma solo perché commettiamo l’inconcepibile errore di non osservarla attraverso un microscopio elettronico a scansione, grazie al quale potremmo finalmente vedere l’intollerabile quantità di germi, batteri e schifezze di ogni genere che assediano i nostri fornelli, lavandini, pavimenti, piatti, bicchieri, posate e, presumibilmente, consanguinei. L’unico barlume di coerenza si individua negli spot dei detersivi per i piatti, ormai quasi esclusivamente riferiti al lavoro delle lavastoviglie. Prima delle lavastoviglie i piatti li lavava sempre “lei”; ma, grazie a Nelsen Piatti, a un certo momento li volle lavare lui. È una storia ormai nota, secondo la quale lui pare avere, quasi sempre, bisogno di qualche sostegno: con il detersivo con cui di solito li lavava lei, evidentemente, non ce la poteva fare; tuttavia, una volta lavati con il detersivo nuovo, li impilava malamente e, portandoli dio solo sa dove, li rompeva. Tutti. Giusto per insistere sull’idea che avere un marito è comunque equiparabile ad avere per casa un figlio in età scolare in più, e peraltro non troppo sveglio, un’altra fonte di potenziali disastri con conseguente aumento di lavori domestici (spazzare i cocci). O forse si voleva suggerire che anche quando «li vuole lavare lui» è meglio se continua a (doverli) lavare lei. Sovvertire la tradizionale divisione dei ruoli, sembravano dirci, non porta mai bene. La diffusione delle lavastoviglie ci ha tolto dall’imbarazzo. C’è una logica nel raccontare di piatti unti e bisunti anche in assenza di attività culinarie. Anche i cibi precotti sporcano i piatti, e per mangiarli occorre utilizzare – quasi sempre – anche le posate. Tuttavia, come sempre succede, con il passare del tempo si manifesta la necessità di garantire performance sempre più elevate. Si è iniziato dicendo che i bicchieri di cristallo avrebbero scintillato come non mai, poi che le pirofile incrostate sarebbero tornate come nuove; oggi si offrono preparati superconcentrati e supercompatti, che lavano e “brillantano” ma soprattutto, va da sé, eliminano ogni possibile germe. Salvo poi reclamizzare anche i detergenti per le lavastoviglie, perché evidentemente proprio tutti i germi, i detersivi per i piatti, non li avevano eliminati.

Aggiustare per resistere

Nella nostra vita vera, intanto, dividiamo il nostro spazio e il nostro tempo con lavastoviglie che durano più o meno un quinto rispetto a quelle degli anni Novanta: hanno bisogno di cure e attenzioni che alle loro progenitrici non abbiamo mai dedicato. Invece di votarsi al potenziamento di detersivi di ogni genere, ci piacerebbe che le aziende tornassero a produrre elettrodomestici in grado di accompagnarci per almeno vent’anni. L’obsolescenza programmata, di cui ci raccontano compunti i rivenditori, apparentemente disapprovandola, è un modo carino per dire che ci stanno fregando; che si sono accorti che a fare le cose per bene se ne vendono meno perché durano di più, e dunque hanno cominciato a farle un po’ peggio, e pazienza per le risorse naturali che si sprecano mettendo in circolazione più plastica, più metallo, più circuiti elettrici ed elettronici che molto più rapidamente di prima finiranno in una discarica. La società civile sta reagendo – citiamo per tutte la bella iniziativa The Restart Project, con base a Londra ma ormai diffusa in molte parti del mondo, inclusa l’Italia dove ha avuto un buon successo – e oggi imparare come aggiustare gli apparati elettrici ed elettronici ha un nuovo sapore di resistenza politica. Ve lo sareste mai aspettato? Quel signore che lavorava nel negozietto stipato di pezzi di ricambio dove portavate l’asciugacapelli rotto, o quell’altro che chiamavate per aggiustarvi la lavatrice, erano baluardi di sostenibilità ambientale, di etica comportamentale e di dignità civile. Ci hanno consentito di attraversare parecchi decenni senza farci soffocare dai nostri stessi rifiuti, riparando quel che non funzionava nelle nostre case. Oggi l’omino che, negli spot, viene chiamato a riparare la lavastoviglie ne dichiara la fine, guardando torvo e accusatore la signora, che non ha usato il decalcificante o non l’ha regolarmente pulita con lo specifico prodotto. Ti pareva che la colpa non fosse di qualche donna. Mai della casa produttrice, che ha messo sul mercato, appena cinque anni prima, un oggetto pensato per diventare un catorcio nel più breve tempo possibile. L’obsolescenza programmata degli oggetti ci costa un sacco di soldi; e ci impedisce, in parte, di programmare e goderci la nostra.

 

Cinzia Scaffidi
Che mondo sarebbe. Pubblicità del cibo e modelli sociali

Slow Food Editore
Bra 2018
pp. 192

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