Latte e soia, alla larga dagli equivoci

Se è di soia, non è latte. Il pronunciamento della Corte di giustizia europea, giunto in settimana, ribadisce il divieto di commercializzare prodotti vegetali con denominazioni che richiamino il latte o i suoi derivati.

La sentenza ribadisce un orientamento che l’Ue ha fatto proprio fin dal 2007, salvaguardando comunque le denominazioni tradizionali come latte di mandorla e di cocco o burro di cacao.

L’Europa non è del resto la sola a cercare di mettere ordine in un settore di consumi in continua crescita. Negli Stati Uniti è in discussione il Dairy Pride Act, un disegno di legge che intende porre fine all’uso della parola “latte” su prodotti vegetali e che viene per questo osteggiato dai grandi produttori di soia.

Se Oltreoceano le vendite di questi prodotti sono aumentate del 76% in soli cinque anni, in parallelo con un calo del 18% nei consumi di latte vaccino, anche in Italia si tratta ormai di abitudini consolidate: 8,5 milioni di famiglie, secondo un’indagine Nielsen del 2015, hanno acquistato almeno una confezione di latte vegetale.

L’intolleranza al lattosio o alle proteine del latte spiega soltanto in parte questo trend. Come nel caso del “senza glutine”, peraltro, è bene tenersi alla larga dalle diagnosi fai-da-te e dalle bufale di incerta provenienza, come l’idea che il consumo di latte aumenti il rischio di cancro o che l’intolleranza al lattosio escluda a priori il consumo di latticini (nei formaggi stagionati, ad esempio, non c’è controindicazione).

Quali che siano le nostre preferenze, insomma, è essenziale che queste siano espressione di scelte informate, frutto della giusta educazione alimentare. Per questo Slow Food si batte – anche attraverso l’esperienza ventennale di Cheese (che torna a Bra dal 15 al 18 settembre) – per ribadire l’importanza del latte e dei formaggi nella nostra dieta e promuoverne un consumo consapevole, lontano dalle mode e dal sentito dire.

 

Gaetano Pascale

presidente di Slow Food Italia

da La Stampa del 18 giugno 2017

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