Latte, è questione di etichetta. Ma non solo

La scorsa settimana è diventato realtà il provvedimento che impone di informare il consumatore sull’origine del latte e di tutti i prodotti lattiero caseari, indicando in etichetta sia il Paese di mungitura che quello di confezionamento. Bene, anzi benissimo, ma guai a vedere in questa indubbia conquista un punto d’arrivo, piuttosto che un trampolino di lancio.

Sapere se il latte che beviamo ogni mattina è italiano è un passo avanti, tuttavia non ci dice nulla sulla qualità del prodotto ed è troppo poco per quegli allevatori che vogliano differenziarsi in positivo.

Ecco perché c’è bisogno di incentivare un’etichetta narrante, cioè una “carta d’identità” trasparente e completa che offra il maggior numero di informazioni sui pascoli, sull’azienda, sul tipo di allevamento, sul luogo di origine (oltre all’indicazione del Paese). Un’etichetta che consenta di sapere se il latte arriva da produzioni di montagna, se è ottenuto da razze autoctone, se ha certificazioni di sostenibilità ambientale, come quelle biologiche o biodinamiche o legate ad aree protette, facilita la scelta dei consumatori e contribuisce a renderli più consapevoli.

L’etichetta narrante è al centro delle linee guida per il latte alimentare che Slow Food sta elaborando e che propongono anche l’eliminazione di mangimi che possono contenere Ogm, additivi e ormoni, oltre a condizioni di allevamento che garantiscano agli animali la possibilità di uscire all’aperto e di muoversi in stalla.

Ma non è tutto: la ricerca di qualità nella materia prima deve tradursi in un balzo in avanti per l’intera filiera. Nella prossima edizione di Cheese, la ventennale rassegna di Slow Food dedicata ai prodotti caseari, si troveranno in vendita solo formaggi a latte crudo. Una scelta forse rischiosa ma necessaria, per contribuire a valorizzare un settore, quello lattiero caseario, che più di altri può pensare al futuro solo se non perde per strada le produzioni migliori.

 

Gaetano Pascale

presidente di Slow Food Italia

da La Stampa del 23 aprile 2017

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