L’arca di Yury. Così un gruppo di scienziati salva la biodiversità russa

L’immensa pianura russa è un crocevia dell’immaginario dove si intrecciano le anime morte di Gogol, i volti segnati dei contadini di Ilja Repin e le immagini dei kolkozhiani ritratti dalla propaganda sovietica. Ma perfino là dove l’agricoltura e l’allevamento industriale avevano toccato vertici assoluti oggi si incomincia a ragionare di tutela delle specie e della biodiversità.

In Russia esiste infatti un enorme patrimonio di 198 razze autoctone addomesticate. In un Paese suddiviso in nove zone climatiche e sottoposto a grandi limitazioni nell’attività agricola, il consumo di carne è da sempre un elemento cardine della dieta tradizionale.

Il genetista Yury Stolpovskij

Molte razze, tuttavia, risentono della pressione all’omologazione. È il caso della pecora di Romanov, un esempio di selezione secolare che ha rischiato di sparire. Un tempo i cappotti in lana Romanov vestivano nobili, borghesi e contadini. Se nel 1850 si contavano quasi due milioni di capi, negli anni Novanta del XX secolo i pochi allevamenti superstiti erano concentrati nella sola regione di Yaroslavl, sebbene la Romanov continuasse a venire allevata in tutta Europa.

Yury Stolpovskij è tra quanti si sono battuti con più forza per scongiurarne l’estinzione. Laureato in scienze naturali e responsabile del Laboratorio di genetica animale presso l’Istituto di genetica generale dell’Accademia russa delle scienze, Stolpovskij fornisce agli allevatori gli strumenti tecnici per lavorare sulle razze locali.

Il suo percorso è incominciato alla fine degli anni Ottanta a Novosibirsk, nel cuore della Siberia, in un centro scientifico per la salvaguardia genetica. Da giovane ricercatore, Yury ha contribuito a salvare la razza grigia ucraina, che oggi è una delle diciassette realtà autoctone salite sull’Arca del Gusto di Slow Food grazie al suo lavoro, insieme all’oca da combattimento di Tula, alla pecora di Romanov, alla razza bovina Yakut, al pollo Orloff e altre ancora.

«Non si tratta solo di proteggere un patrimonio, ma di promuoverlo per garantire la qualità del cibo e la nostra sovranità alimentare» spiega Yury. Di questo si occupa con il suo gruppo, coordinando un centinaio di aziende: «Abbiamo trovato comprensione e sostegno ovunque, dalla comunità scientifica alla Chiesa ortodossa all’intellighenzia».

Anche le grandi aziende, aggiunge, vanno aiutate a comprendere che la biodiversità è un patrimonio a cui attingere. Un esempio? Le piccole mucche pelose di Tuva, che possono portare vantaggi economici e ambientali rispetto alle comuni frisone e ai loro incroci. Questi bovini infatti non hanno bisogno di essere alimentati a mangimi per tutto l’anno, essendo in grado di procurarsi il cibo nei prati o scavando sotto la neve. Possono inoltre restare all’aperto o in stalle rudimentali con temperature che arrivano a 60 gradi sotto zero.

«Gli animali non sono cibo, sono parte della cultura e della vita sociale. Con loro ogni russo ha un legame emotivo» continua il genetista. L’eredità sovietica, da questo punto di vista, è dura da superare, perché pur contribuendo a una forte riorganizzazione degli allevamenti ha degradato molto il patrimonio genetico animale del Paese. Basti pensare che se ancora nel 1930 esistevano soltanto varietà autoctone, nel 1980 l’80% della popolazione animale in Russia era costituito da razze internazionali.

Yury tuttavia crede di poter invertire la rotta, e sogna di creare una vera e propria banca genetica: «La Russia è un Paese enorme, e ha bisogno della sua enorme diversità. Se non diamo un futuro alle razze autoctone, sarà la nostra stessa identità a svanire».

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 27 aprile 2018

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