Laos, il 96% della popolazione è avvelenata dai pesticidi

È noto che l’uso di pesticidi ed erbicidi può lasciare tracce evidenti nel corpo di chi è più a contatto con tali prodotti chimici per lavoro. Ma se nel 96% dei campioni di sangue prelevati dalla popolazione di un’intera provincia si trovano tracce riconducibili a queste sostanze, c’è davvero qualcosa su cui interrogarsi.

Succede nel Laos, un Paese del Sud-est asiatico dove il 75% della popolazione vive di agricoltura e dove l’uso di pesticidi ed erbicidi è aumentato del 200% nell’ultimo decennio.

Nella provincia di Xiangkhouang, in particolare, i test effettuati dall’ong Lao Upland Rural Advisory Service (Luras) su un campione di mille individui hanno dato questi sconvolgenti risultati. Ma c’è dell’altro.

I test su 600 campioni di frutta e verdura, prelevati dagli agricoltori e dai mercati locali nei sette distretti della provincia, hanno riscontrato un inquinamento da pesticidi in oltre la metà dei casi. Secondo i funzionari governativi, questo conferma l’ipotesi che gli alti residui nel sangue dei residenti locali derivi dal consumo, piuttosto che dall’utilizzo diretto dei prodotti.

Non è la prima volta che il Laos si trova a fare i conti con questi problemi. Nel 2016, i campioni di sangue prelevati dal ministero della Sanità su 700 studenti e insegnanti in tutto il Paese avevano riscontrato livelli “inaccettabili” o “pericolosi” di positività agli agenti inquinanti per oltre la metà dei campioni. Stessa cosa al termine di un’altra indagine condotta su 400 studenti e insegnanti nella capitale Vientiane, dove i residui erano nel 58% dei campioni.

Secondo il ministero delle Politiche agricole e forestali, tra il 2004 e il 2015 solo nei distretti di Nong Het e Kham (parte della provincia di Xiangkhouang) sono state importate oltre 100 tonnellate di pesticidi ed erbicidi come cipermetrina, carbarino, glifosato, atrazina, metsulfuron e paraquat. L’intento era quello di migliorare la resa commerciale dei 20mila ettari della provincia destinati alla coltivazione di mais.

Tra le sostanze in circolazione, il paraquat è una delle più pericolose. Si tratta di un diserbante molto velenoso, che nel 2011 lo U.S. National Institutes of Health ha collegato a un innalzamento del rischio Parkinson pari al 75%-80% per gli agricoltori esposti ai suoi effetti.

Le autorità confermano che l’enorme diffusione di questa e altre sostanze sul mercato laotiano, come nel resto del Sud-est asiatico, è direttamente correlata all’espansione dell’agricoltura intensiva.

Poco conta che il fitofarmaco sia illegale nel Paese (così come nell’Unione Europea), dal momento che le normative vengono disattese in modo sistematico.

La più recente è stata approvata solo lo scorso anno, a seguito dello stop imposto alle piantagioni di banane gestite da investitori cinesi nel Nord del Paese. Le violazioni delle leggi anti-inquinamento in quel caso erano state talmente palesi da indurre il governo a un’azione diretta, specie dopo la morte di un operaio per intossicazione.

La produzione di banane dirette al mercato cinese si concentra in particolare nell’area di Bokeo, una provincia molto povera al confine con la Thailandia e la Birmania (e non distante dalla Cina).

Qui le piantagioni avviate nell’ultimo decennio hanno consentito a molti lavoratori di raggiungere una paga intorno ai 10 dollari al giorno durante il raccolto. Una somma ingente per un Paese il cui prodotto interno lordo cresce del 7% all’anno, ma dove il reddito medio nel 2015, secondo la Banca mondiale, toccava i 1.740 dollari appena.

Se in breve tempo le esportazioni di banane sono aumentate di dieci volte, fino a diventare una delle principali voci dell’export nazionale, tutto questo ha comportato un caro prezzo.

Nel 2016 uno studio condotto dal Laos National Agriculture and Forestry Institute indicava che il 63% dei raccoglitori di banane nel Nord soffriva di patologie imputabili all’uso di pesticidi, contro una media del 35% registrata nelle regioni centro-meridionali.

Le condizioni di lavoro sono così negative che di solito non viene permesso agli operai di rimanere per più di tre anni nelle piantagioni, proprio per le elevate probabilità di decesso.

Ancora una volta, alla base dell’utilizzo smodato di pesticidi, diserbanti e disinfestanti c’è una forzatura sulla biodiversità locale: le compagnie preferiscono infatti coltivare la “Cavendish”, la banana più diffusa al mondo, piuttosto che la “Kuai nam”, ovvero la varietà tradizionale.

A woman waits to deliver her harvest in a packing line at a banana plantation operated by a Chinese company in the province of Bokeo in Laos April 25, 2017. REUTERS/Jorge Silva

Ora che la sovrapproduzione ha causato un notevole ribasso dei prezzi, peraltro, alcuni investitori cinesi stanno iniziando a sostituire la banana con altre monocolture ad alta intensità chimica, come il cocomero. Circa il 20% delle piantagioni di Bokeo sono già state sgombrate e alcuni produttori si sono trasferiti nelle vicine Birmania e Cambogia.

Cambiano i target, ma non i metodi di sfruttamento dell’ambiente e del lavoro da parte dell’agroindustria. E purtroppo, nemmeno le conseguenze sulla salute di tutti.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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