Land grabbing in Europa: ecco chi specula sui contadini

Quando pensiamo al land grabbing (accaparramento di terre), inevitabilmente il nostro pensiero viaggia verso il Sud del mondo, e agli speculatori finanziari che si mangiano le terre in Africa, Asia, America latina. Purtroppo però, forme di land grabbing più o meno violente ci sono anche nella nostra vecchia Europa, dove si presenta sotto forma di investimenti stranieri concessi con la promessa di sviluppo e impiego delle popolazioni locali. Promesse che spesso non vengono mantenute, sottraendo e speculando sulle risorse esistenti.

In breve viviamo una situazione solo apparentemente legale e senza etica: nelle negoziazioni il peso delle grandi multinazionali non è comparabile con quello della popolazione contadina e rurale. Gli agricoltori solitamente vengono spinti con facilità a lasciare o vendere le proprie terre, a volte senza nemmeno rendersi conto del contenuto dei contratti stipulati. Le conseguenze non sono solo economiche ma anche sociali e ambientali: se da una parte gli agricoltori senza più terra sono costretti a emigrare, dall’altra gli investitori agro-alimentari che acquistano i terreni causano ingenti danni ambientali.

L’Unione Europea pare essersi resa conto del problema solo nel 2014 quando il Comitato economico e sociale europeo (Cese) ha pubblicato il rapporto Land grabbing – a wake-up call for Europe and an imminent threat to family farming.

Un triste esempio di land grabbing in Europa è quello che interessa la Romania, dove al 2010 si contavano 3,8 milioni di aziende agricole (la più alta percentuale registrata in Europa, dati Eurostat). Il 98% di tali aziende ha meno di 10 ettari, con una media di 2,16 ettari per abitante. Questo spiega perché le questioni legate alla terra sono così rilevanti in Romania, che ha la popolazione più rurale e contadina d’Europa.

Questa frammentata struttura territoriale è parte integrante della storia di questo Paese e al centro dei cambiamenti sociopolitici: prima la collettivizzazione durante il regime comunista, poi la liberalizzazione del 1990 e infine l’ingresso nell’Unione Europea nel 2007. Tutto ciò ha prodotto una divisione ben marcata tra l’azienda agricola di piccola scala, familiare e i colossi agroindustriali.

Il mercato della terra romena attrae investitori da tutto il mondo

 A causa della mancanza di trasparenza nell’acquisizione di terre, è molto difficile riportare con precisione il fenomeno del land grabbing in Romania: le organizzazioni della società civile stimano che sono interessati dal fenomeno da 1 a 4 milioni di ettari di terreno. L’associazione di contadini Eco Ruralis ha pubblicato diversi studi sull’argomento, identificando solo una piccola parte di queste acquisizioni, per un totale di 550mila ettari. Il record di investimenti – in termini di quantità di ettari per singola impresa – è detenuto dall’americana Cargill (250.000 ettari). Anche investitori romeni sono coinvolti in questa pratica: la SC Transavia Grup SRL, industria di pollame, sta coltivando 12.000 ettari di mais nel distretto di Cluj-Napoca.

Ci sono diversi fattori che rendono la terra romena così appetibile: l’alta qualità del suolo, i prezzi incredibilmente bassi (addirittura solo 120 euro per ettaro agricolo) e una debole legislazione che non pone restrizioni e che facilita le acquisizioni da parte di soggetti esteri. Anche i sussidi europei (20 miliardi di euro nel periodo 2014-2020) giocano un ruolo fondamentale: poiché vengono concessi sulla base degli ettari disposti, tali contributi favoriscono l’agricoltura su larga scala e, per questa ragione, ancora una volta a beneficiarne sono gli investitori stranieri.

Gli attori coinvolti nell’accaparramento di terre non sono compagnie dell’agroindustria, come si potrebbe immaginare ma istituti bancari e fondi d’investimento che, dopo la crisi economica del 2008, hanno cercato qui nuovi asset strategici su cui puntare per diversificare i propri portfolio di investimento.

Anche le compagnie italiane sono coinvolte

La presenza italiana in questo tipo di business è ormai consolidata, in modo particolare a Timisoara, soprannominata “l’ottava provincia veneta”. Dal 2004 in avanti, gli interessi degli investitori italiani si sono orientati alla speculazione. Come riporta l’Osservatorio Balcani e Caucaso: «Gli italiani acquistano in una prima fase la terra a 350-360 euro/ettaro e la rivendono a 1500-2000 euro. La tendenza è che gli italiani vendono i terreni agricoli a Timisoara tra di loro. È diventato quasi un mercato interno».

Un grande investitore italiano è Generali attraverso la controllata Genagricola, uno dei colossi agroindustriali d’Europa, che ha cominciato a investire nel mercato romeno dal 2001. A causa di questi investimenti il prezzo della terra è cresciuto, rendendo l’accesso impossibile per i locali.

A causa delle difficili condizioni economiche acuite dal land grabbing, la popolazione rurale è quindi costretta a emigrare e l’Italia è diventata ben presto la principale destinazione. La comunità romena in Italia è diventata vittima di pregiudizi e allo stesso tempo gli italiani non hanno realizzato che l’immigrazione romena è causata anche dal cattivo comportamento delle proprie aziende.

Europa e stati membri devono passare all’azione

Il governo romeno, insieme alle istituzioni europee e agli stati membri, deve promuovere serie politiche per proteggere il proprio suolo dalle acquisizioni su larga scala da parte delle compagnie straniere, rendendo più accessibili le terre ai piccoli agricoltori.

In Europa il 3,1 % delle aziende agricole controlla il 52,2 % del suolo agricolo, mentre, per contro, il 76,2 % ne usa solo il 11,2 %. In un contesto tale, l’Unione Europea ha finalmente iniziato a rapportarsi con le questioni legate al suolo. Durante una recente votazione il Parlamento europeo ha richiesto alla Commissione di adottare azioni concrete e di istituire un osservatorio sul suolo, in modo da raccogliere dati sulla concentrazione di terre e misurarne l’impatto. Rendere le acquisizioni più trasparenti, fissare un tetto alle transazioni di terreno e implementare le riforme dove c’è un elevato livello di concentrazione del suolo, sono solo alcune delle disposizioni che aiuterebbero a contrastare le conseguenze del land grabbing.

A cura di Carolina Modena
c.modena@slowfood.it

Traduzione a cura di Maurizio Bongioanni
m.bongioanni@slowfood.it

 

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