L’alimentazione è il piatto forte al G7 dell’Ambiente

Non solo il G7 di Taormina si è chiuso con l’ennesimo nulla di fatto sul clima, ma l’America di Trump ha fatto saltare il banco anche sull’Accordo di Parigi. Difficile immaginare premesse peggiori per il G7 dei ministri dell’Ambiente, che si tiene a Bologna questo fine settimana.

Eppure c’è almeno un grande tema su cui bisognerebbe concentrare l’attenzione: il sistema cibo, uno dei “cattivi” più temibili e meno considerati nelle agende politiche.

L’ultimo report della Fao sul futuro del cibo e dell’agricoltura stima che il contributo del settore agricolo al riscaldamento globale sia pari al 21% delle emissioni di gas serra. Se però mettiamo nel conto anche l’impiego di fonti di energia nel processo di trasformazione, distribuzione e vendita, arriviamo addirittura al 26% del totale.

Il cambiamento climatico a sua volta non incide soltanto sulla sicurezza alimentare, ma anche sulla qualità e sull’accesso al cibo. Ad esempio riducendone le proprietà nutrizionali: una ricerca del 2015 citata nel report ha rilevato come, in presenza di elevati livelli di CO2, le concentrazioni di minerali nelle colture di grano, riso e soia diminuiscono fino all’8%.

Alimentazione impoverita e scarsità d’acqua significano anche minori difese di fronte alle malattie: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, nel periodo 2030-2050 il cambiamento climatico potrebbe provocare 48mila morti di dissenteria in più ogni anno.

È possibile evitare questo, ma non si può chiedere ad agricoltori, pastori e pescatori di sobbarcarsi tutto il peso economico e sociale del cambiamento. L’agricoltura di piccola scala, riconosce la stessa Fao, è la chiave di volta nella resistenza ai cambiamenti climatici, a patto che i meccanismi alla base dello sviluppo rurale (infrastrutture, accesso al credito, previdenza sociale) funzionino per il più ampio numero di produttori.

 

Gaetano Pascale

presidente di Slow Food Italia

da La Stampa del 3 giugno 2017

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