L’agroecologia che diventa movimento salva il pianeta

Centre Agroecologique Les Amanins, in Val de Drôme, NordEst della Francia

Si fa un gran parlare di pratiche agricole perché queste influenzano l’intero sistema della produzione del cibo. Negli ultimi anni si discute molto di cambiamento climatico, del legame tra le sue conseguenze e lo stato di salute della popolazione mondiale, di quanto questo fenomeno sia in stretta connessione con una produzione agroalimentare di tipo industriale, di quanto i Paesi del Sud del Mondo ne paghino il prezzo maggiore pur essendo essi stessi meno colpevoli.

Quando si affrontano le varie teorie sul modo di fare agricoltura Slow Food ha le idee chiare e scommette senza esitazione su un approccio agroecologico, in cui le colture sono considerate come parte dell’ecosistema e il modo di coltivare è orientato al mantenimento della complessità dell’ambiente e delle relative interazioni tra le diverse specie agrarie e animali e tra queste e le specie naturali e l’ambiente. Un approccio che salvaguarda la biodiversità, e la fertilità dei suoli, che rispetta i saperi tradizionali e li adatta alle condizioni locali.

Crediti Fotografici Pixabay

Ma come ricordano anche Francesco Sottile e Cristiana Peano nel loro Agricoltura slow, l’agroecologia non è solo pratica agricola ma anche un movimento il cui sguardo non si limita al campo ma all’intero sistema alimentare, con un allargamento di orizzonte del tutto simile a quello che da anni ha portato Slow Food ben oltre il piatto (o il bicchiere). In quest’ottica scegliere l’agroecologia significa contribuire alla costruzione di modelli alimentari equi e sostenibili, diventare attori di un cambio di paradigma, perché un sistema alimentare che nutre solo una fetta di mondo a discapito delle altre popolazioni del globo e dell’ambiente non è accettabile.

A ritmi serrati e forzando gli iter parlamentari è stata approvata una manovra finanziaria che prevede, tra le altre cose, l’assegnazione di terreni agricoli alle famiglie con tre o più figli. Una misura che ha destato ilarità e battute, ma che dovrebbe anche far riflettere. Se un Paese che ha nella forte contrazione dei tassi di natalità uno dei suoi punti di criticità sceglie di scommettere sul ritorno alla terra come incentivo, in attesa che vengano stabiliti criteri e modalità di assegnazione, vale la pena soffermarsi anche sul “come” questi terreni devono essere coltivati e gestiti. Partiamo da qui.

Giorgia Canali
da La Stampa del 6 gennaio 2019

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