L’Africa che combatte il fast food con i cibi della tradizione

Mary Chepkemoi Ondolo si presenta con il sorriso bonario e sicuro di chi sa che sta per aprire le porte di un mondo gastronomico antico, in cui i gusti sono netti, espressione di una natura senza mezzi termini.

Mary sa anche che il sapore del povero cibo che ci sta offrendo non si ferma a ciò che il palato percepisce: riguarda il futuro della sua terra e delle persone che da essa traggono nutrimento.

Mary Chepkemoi Ondolo, cuoca ed esponente della comunità Ogiek

Mi accoglie nella cucina da campo allestita nel giardino di Nancy Wanja, responsabile di Slow Food di Kandara, una contea a Nord Est di Nairobi, dove di recente ho visitato alcuni orti delle comunità di Terra Madre insieme a una cinquantina di rappresentanti di Slow Food da 40 Paesi.

Mary fa parte degli ogiek, una delle più antiche tribù del Kenya, ed è la cuoca dell’Alleanza Slow Food in una guest house a Mariashoni, nella contea di Naruku. Popolo di cacciatori e raccoglitori, gli ogiek vivono nella foresta di Mau e sono poco più di 20 mila, a causa delle persecuzioni subite durante il dominio coloniale.

La loro attività principale è l’apicoltura, messa in ginocchio all’inizio del ‘900, quando gli alberi della foresta venivano abbattuti per mettere in funzione le macchine a vapore degli inglesi. Oggi, un Presidio Slow Food è nato per salvaguardare questo ecosistema e per valorizzarne il prodotto simbolo: il miele.

Bambini kenyoti della comunità Ogiek

Sotto la tensostruttura della cucina, grandi pentole di acciaio fumano e sobbollono lasciando intravedere polli ruspanti e verdure spontanee, fagioli dall’occhio e igname. «A un certo punto abbiamo dimenticato i nostri cibi tradizionali, le nostre vite erano diventate troppo evolute per nutrirci di chapati fatti in casa e stufato di manzo. Oggi mangiare i piatti tradizionali non è soltanto un piacere, ma un’emergenza per il nostro benessere».

Il Kenya infatti è uno di quei Paesi in cui alla fame e alla malnutrizione, negli ultimi decenni si sono aggiunte le conseguenze di una produzione agricola senza criteri di salvaguardia (intensiva e non rispettosa dell’ambiente e delle tradizioni) e gli effetti della scarsa salubrità dei nuovi cibi “del benessere” sulla salute delle persone.

L’epidemia di obesità e diabete, dovuta a una vita più sedentaria e a prodotti più calorici e ricchi di zuccheri e grassi, sta dilagando. Ma non c’è solo questo: la rivoluzione verde, che ha irrorato di pesticidi e fertilizzanti le foreste africane, ha portato al diffondersi di malattie alle quali le popolazioni locali non erano abituate, come il cancro.

«Pian pianino finalmente stiamo cominciando a capire che dobbiamo abbandonare i cibi industriali per nutrirci di quello di cui il nostro corpo ha bisogno davvero» continua Mary, mentre con l’occhio segue un gruppo di bimbetti incuriositi che sgranocchiano platani e patate dolci. Ed è per loro che le comunità locali sono state coinvolte nel progetto degli orti comunitari di Terra Madre, a cui John Kariuki, ex studente keniota dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, ha dato un grande impulso.

L’orto comunitario di Ruchu

Nell’orto di Ruchu, ad esempio, le vecchie piantagioni di caffè sono state convertite in biologico e si coltivano avocado e noci di macadamia da esportare: qui ogni famiglia ha un piccolo appezzamento davanti alla casa da cui trae il necessario per il sostentamento e i proventi dell’orto comunitario rappresentano un bell’aiuto per incrementarne il reddito.

«Quello che stiamo cercando di fare è convincere le cuoche e i cuochi ad acquistare da chi produce senza chimica, scegliendo le varietà locali, ad esempio il mais e i cereali, i nostri polli e le pecore che sono sempre stati allevati nelle nostre terre. Oltre che la nostra salute, ne beneficerebbero le comunità e restituiremmo dignità alla nostra cultura gastronomica» conclude Mary.

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 5 luglio 2018

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