La verde rivoluzione dell’orto in città

In Italia ci sono circa 20 milioni di orti urbani. Uno ogni tre abitanti. Una tendenza in continua crescita, che riflette un lento, ma progressivo cambio di stile di vita e di pensare la città e le comunità.

A ognuno il suo, verrebbe da dire, dato che sono sempre più numerosi gli orti nati con nuove finalità: aggregazione sociale, recupero di aree degradate, didattica nelle scuole, svago e terapia, benessere in azienda.

Anche il web è ricco di proposte: sono centinaia i gruppi su Facebook, i siti aziendali e le piattaforme di supporto, le app e i giochi sull’orto.

Una realtà fatta di terra e un’altra fatta di bit unite per condividere esperienze, strumenti come schede di coltivazione, servizi a supporto del coltivatore, suggerimenti per la semina, la cura, la raccolta e la trasformazione degli ortaggi.

Questa passione e questo interesse diffuso per l’orticoltura domestica e hobbistica è una ricchezza di cui disponiamo, da Nord a Sud, che anche Slow Food ha contribuito a costruire attraverso l’istituzione di progetti nazionali come Orto in Condotta, che unisce scuole e Comunità, la pubblicazione di manuali – Il piacere dell’orto di Slow Food Editore è alla sua terza edizione -, e la realizzazione di orti nelle grandi manifestazioni, dall’orto africano di Terra Madre 2012 all’orto della biodiversità di Expo 2015.

Oggi contiamo tanti insegnanti, tanti soci, tanti volontari convinti che nell’orto si possa fare una didattica attiva capace di coinvolgere sia i bambini, sia gli adulti.

 

Come immaginiamo l’orto Slow?

I principi guida sono indubbiamente tre: la sostenibilità, la biodiversità e l’inclusione.

Fare un orto sostenibile senza sprecare energia e acqua, senza inquinare con prodotti chimici, mantenendo il ciclo degli elementi e migliorando la fertilità del suolo, dando riparo agli uccelli e agli insetti utili è possibile. Invece del diserbo si può scegliere la pacciamatura, al posto dei fertilizzanti la pratica del sovescio, invece degli insetticidi la lotta biologica, invece dei fitofarmaci i macerati e i rimedi naturali.

Ma si può fare di più: si può fare un orto all’insegna della biodiversità, scegliendo di coltivare varietà locali e non ibridi, accogliendo nell’orto frutta antica, fiori utili agli insetti, favorendo le consociazioni e le rotazioni colturali. Provando a far crescere varietà più colorate e gustose, al posto di quelle globalizzate che troviamo al banco ortaggi della grande distribuzione.

E infine si può fare un orto inclusivo, ricercando il coinvolgimento di altri con la bellezza, i momenti di aggregazione e svago creativo, il dono, la progettualità collettiva, il recupero e la salvaguardia, l’educazione e la crescita culturale.

Come nella terra germogliano semi e maturano frutti, nell’orto devono intrecciarsi discorsi, maturare progetti nuovi, perché è un ambiente che al contempo stimola, pone quesiti e offre ristoro, calma e attenzione.

È una lenta rivoluzione da vivere con curiosità e desiderio di imparare e da alimentare attraverso il confronto con gli altri e lo sguardo alla globalità, ripetendosi come se fosse un mantra la frase “e se tutti gli altri facessero come me?”.

 

Alberto Arossa

tratto dal numero 4/2018 di Slow, la rivista di Slow Food Italia

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • SiNo