Scadenze alimentari: «La vera sicurezza la fa la cultura del consumatore»

Le rimanenze alimentari in Italia ammontano a 5.590.000 tonnellate, pari a oltre 13,5 miliardi di euro. Di queste i consumatori sono responsabili del 43%, la distribuzione del 13%, la ristorazione del 4%, la trasformazione del 3% e il settore primario del 37% (Politecnico di Milano). Lo spreco domestico vale complessivamente 8,4 miliardi di euro l’anno, 6,7 euro settimanali a famiglia per 650 grammi circa di cibo sprecato (Rapporto 2015 Waste Watcher) e 348 euro l’anno. Stiamo parlando di circa lo 0,5% del Pil. Insomma a casa si spreca di più che nei campi. BambinaOlio

Il 42% degli sprechi casalinghi è dovuto a cibi scaduti o andati a male. E molti alimenti vengono sprecati perché la maggior parte di noi non si fida a mangiarli in prossimità delle date di scadenza (mentre in realtà sono perfettamente commestibili) o perché la dicitura “da consumarsi preferibilmente entro” viene interpretata in modo fuorviante alla stregua di una data di scadenza vera e propria. Una consuetudine assecondata anche dalla distribuzione che ritira dagli scaffali la merce in anticipo rispetto alla scadenza.

In Germania sono messi un pochino meglio, ma anche i discendenti dei Teutoni non sono certo immuni: nel 2012 i cittadini tedeschi hanno gettato via mediamente 82 chili di alimenti l’anno, per un valore di 235 euro a persona. Circa la metà dei cibi buttati sono stati frutta e verdura, seguite da pasta e pane. Ed ecco che allora il ministro dell’Alimentazione Christian Schmidt (Csu) ha deciso di intervenire e punta a eliminare il prima possibile il termine minimo di conservazione [tmc] dalle confezioni convinto che in questo modo si possa arrivare dimezzare gli sprechi alimentari entro il 2030.

«La maggior parte dei prodotti sono commestibili anche molto tempo dopo di quel che si legge sulle confezioni (ne abbiamo parlano qui)», sottolinea il ministro, criticando il principio di tutela dei consumatori attualmente in vigore. «Gettiamo via un’enorme quantità di prodotti alimentari ancora commestibili solo perché i produttori hanno fissato dei margini di sicurezza troppo elevati», ha dichiarato il ministro ai giornali del gruppo mediatico Funke. Tanti tedeschi non sanno infatti che in Germania, da oltre 30 anni, il termine minimo di conservazione non corrisponde alla reale data di scadenza (…), e che esso indica piuttosto il termine del periodo entro il quale un prodotto non aperto e opportunamente conservato mantiene il proprio sapore, odore, colore, consistenza e valore nutrizionale. E per questo (sempre in Germania) che sugli imballaggi di prodotti a lunga conservazione come il sale o lo zucchero non viene più riportato il termine minimo di conservazione, ma solo la data di produzione.

Per i prodotti deperibili il ministero intende stabilire una data di scadenza che assicuri ai consumatori una maggiore informazione e introdurre un reale termine minimo di conservazione solo per alimenti deperibili. Stranamente l’Associazione dei commercianti alimentari tedeschi (Bvlh) è contraria a questa proposta e ritiene che le informazioni attualmente in vigore rappresentino insieme alle indicazioni sulle corrette modalità di conservazione un importante aiuto per i consumatori. O sono solo preoccupati di interrompere un meccanismo che consente loro di produrre più del necessario? Per Schmidt la riforma della data di scadenza costituisce il primo passo nella battaglia contro gli sprechi alimentari. Sta infatti pensando di applicare sulle confezioni di alcuni prodotti (come ad esempio lo yogurt) chip elettronici che indichino ai consumatori le modificazioni del prodotto attraverso una scala cromatica. Il ministero guidato da Schmidt ha investito 10 milioni di euro per portare avanti un progetto di ricerca in questo ambito che dovrebbe dare dei risultati entro tre anni. La Germania non può certo imporre un cambiamento da sola, tuttavia Schmidt confida nel fatto che tra pochi mesi il suo ministero potrà presentare una proposta di modifica della normativa europea.

«La verità è che la vera sicurezza alimentare la fa la cultura del consumatore» ci dice Simona del Tesso, Consulente per i Sistemi di qualità e di Sicurezza alimentare: «Le scadenze alimentari sono stabilite da norme comunitarie che stabiliscono due diciture: “Scade il” e “Da consumarsi preferibilmente entro”. La prima stabilisce la data entro la quale bisogna mangiare l’alimento perché oltre diventa potenzialmente pericoloso. Ma cerchiamo di usare i nostri sensi – e un po’ di buon senso magari [Ndr] – pensateci, un prodotto non scaduto potrebbe avere avuto qualche problema, magari nella catena del freddo, e dunque potrebbe comunque essere rischioso per la nostra salute. Quindi in ogni caso il consiglio è di allenare i nostri sensi e affidarci alla nostra esperienza.

La seconda dicitura stabilisce la data entro la quale il prodotto conserva le sue caratteristiche organolettiche: per esempio un grissino potrebbe perdere fragranza. Con opportuni distinguo possiamo dire che ci sono alimenti – penso alla pasta o alcuni prodotti da forno – che mangio ugualmente anche se scadono nella mia dispensa. Non butto via un un pacco di spaghetti scaduto da tre giorni. Stesso discorso per i pomodori pelati: prima di buttarli possiamo aprirli e verificare il loro stato. I problemi sono altri. Pensiamo alle patatine in busta: spesso sono fritte con olio molto povero e raffinato che deperisce in fretta. E così i nostri bambini si abituano al gusto/odore di rancido. Non solo: lo associano all’odore della festa. Qui sta il punto: non riconosciamo più un segnale di pericolo e in questo modo vengono meno le nostre difese primordiali per la sopravvivenza». Che fare allora? «Non si fa altro che emanare leggi e normative che spesso non fanno altro che complicare l’esistenza, soprattutto alle aziende più piccole. Invece l’investimento da fare è sul consumatore, da informare, formare. E far acquistare consapevolezza.»

A cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it

Fonte
Agrapress

 

 

 

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