La terra frana. Ecco come il consumo di suolo minaccia l’Italia

Questo fine settimana a Bologna si tiene il vertice dei G7 dei Ministri dell’Ambiente. L’incontro, già difficile di per sé perché parlare di ambiente e di politiche ambientali significa intervenire in modo incisivo su modalità di produzione, distribuzione e stile di vita, parte in salita dopo l’uscita degli Stati Uniti d’America dagli accordi di Parigi.

Le tematiche da affrontare al tavolo del G7 sono tante. Proviamo, con l’aiuto di Stefano Laporta, Direttore Generale e Presidente designato dell’Ispra, a evidenziarne alcune.

 

Facciamo però un passo indietro per capire: che cos’è l’Ispra? Quali sono i compiti principali?

Stefano Laporta, Direttore generale e Presidente designato Ispra

L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale – Ispra, istituito con la Legge 133/2008, nasce dalla fusione dell’Agenzia per la protezione dell’Ambiente e per i servizi Tecnici (Apat), dell’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (Infs) e dell’Istituto Centrale per la Ricerca scientifica e tecnologica Applicata al Mare (Icram). È un ente pubblico di ricerca che segue l’ambiente e le problematiche a esso legate a 360 gradi, dai rifiuti all’inquinamento atmosferico, dal consumo di suolo al dissesto idrogeologico, dalla fauna selvatica all’ambiente marino.

Non posso, descrivendo cos’è l’Ispra, non collocare l’Istituto nel Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (Snpa), di cui esso è una delle componenti, che è una realtà dal 14 gennaio di quest’anno, data di entrata in vigore della Legge 132/2016 che lo ha istituito. Il già esistente Sistema delle Agenzie Ambientali, composto dalle 21 Agenzie Regionali (Arpa) e Provinciali (Appa), oltre ad ISPRA, cambia veste e diventa così un vero e proprio Sistema a rete, che fonde in una nuova ed unica identità quelle che erano le singole realtà, una “squadra” al servizio del Paese: oltre 11.000 le persone che vi operano (solo in Ispra sono 1.350), circa 6000 i campioni analizzati ogni anno, quasi 100.000 tra ispezioni e sopralluoghi.

La legge 132 attribuisce al Snpa compiti fondamentali per la tutela dell’ambiente, che sono comuni a quelli attribuiti all’Ispra; attività ispettive nell’ambito delle funzioni di controllo ambientale; monitoraggio dello stato dell’ambiente; controllo delle fonti e dei fattori di inquinamento; raccolta, organizzazione e diffusione dei dati ambientali. Anche gli obiettivi sono comuni e sono quelli che mirano a uno sviluppo sostenibile, alla riduzione del consumo di suolo, alla salvaguardia e alla promozione della qualità dell’ambiente e alla tutela delle risorse naturali.

Quali sono, in particolare, le priorità ambientali cui l’Italia deve far fronte?

Sicuramente, anche alla luce dei recenti eventi sismici che hanno colpito l’Italia centrale, darei priorità a tutte quelle attività di monitoraggio e di programmazione che investono la salvaguardia del suolo e del territorio dal rischio idrogeologico, al quale il nostro Paese è particolarmente esposto.

I dati del Rapporto Ispra sul Dissesto idrogeologico in Italia lo confermano: oltre 600.000 le frane, il 7,9% del territorio nazionale è interessato da aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata (23.929 km2) e l’8,1% (24.411 km2) da aree a pericolosità idraulica media; più di 7 milioni di abitanti sono residenti in aree a rischio frane e alluvioni (12% del totale). Sono dati che ci costringono a tenere alta l’attenzione.

Non meno importante è la qualità dell’aria che respiriamo, soprattutto nei centri urbani con alta densità di popolazione. Ogni anno, molte delle nostre aree urbane vivono periodi di cosiddetta “emergenza smog”, per cui si è costretti a ricorrere a provvedimenti d’urgenza per tentare di far scendere i livelli di inquinamento atmosferico.

Ampliando la visuale, direi che il tema dei cambiamenti climatici globali è quello che preoccupa in una prospettiva di medio lungo termine, se riflettiamo su quale ambiente consegneremo ai nostri figli, e rappresenta una delle maggiori sfide che siamo chiamati tutti a raccogliere e ad affrontare da qui ai prossimi anni: i rischi – non solo per il pianeta, ma soprattutto per le generazioni future – sono enormi e ci obbligano ad intervenire con urgenza, perché non vi è dubbio ormai che quando parliamo di mutamenti climatici non ci riferiamo più soltanto a fenomeni naturali, ma a cambiamenti dovuti all’azione dell’uomo. Secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il riscaldamento del sistema climatico è oggi inequivocabile e dal 1950 molti dei cambiamenti osservati sono senza precedenti.

Un suolo sano ci protegge dai disastri ambientali, dai cambiamenti climatici, dalle emergenze alimentari. In Italia, una legge giace in Parlamento da anni e in Europa 400 associazioni con l’iniziativa People4soil chiedono che il suolo venga riconosciuto come un patrimonio comune che necessita di protezione.

L’ultimo rapporto Ispra sul consumo di suolo ci racconta che, nel nostro Paese e in soli due anni, i suoli italiani coperti artificialmente sono aumentati di circa 250 chilometri quadrati, pari, in media, a circa 35 ettari di suolo naturale o semi-naturale in meno ogni giorno. In totale più del 7% della superficie nazionale risulta direttamente compromessa, mentre più della metà del territorio è compromesso, con la perdita di parte delle sue funzioni.

Il fenomeno rallenta, ma cresce ancora negli ultimi anni di una crisi che non è riuscita a fermare dinamiche insediative, quasi mai giustificate da analoghi aumenti di popolazione e di attività economiche, che portano a trasformazioni dell’uso del territorio non sempre adeguatamente governate da strumenti di pianificazione e da politiche efficaci di gestione del patrimonio naturale.

Le conseguenze sono la perdita consistente di servizi ecosistemici e l’aumento di quei “costi nascosti” – come li definisce la Commissione Europea – dovuti alla crescente impermeabilizzazione del suolo. Il costo che gli italiani potrebbero pagare dal 2016 in poi per fronteggiare le conseguenze del consumo di suolo di soli 3 anni (2012-2015), secondo le stime di Ispra, arriva a superare gli 800 milioni di euro l’anno.

Si tratta, quindi, di un’emergenza non solo ambientale ma anche economica, che oggi non è affrontata a livello legislativo in Europa. L’obiettivo di azzeramento del consumo di suolo fissato entro il 2050 rimane irraggiungibile senza una Direttiva europea, come chiedono oggi le associazioni cui lei ha fatto cenno nella domanda.

In Italia non siamo messi molto meglio. Siamo tutti d’accordo sul fatto che il consumo di suolo vada fermato al più presto, ma il fenomeno avanza mentre si discute, dal 2012, di una legge nazionale. Il testo in discussione in Parlamento, tra l’altro, come evidenziato dalle audizioni dell’Ispra e di moltissimi altri soggetti autorevoli, avrebbe necessità di modifiche significative, al fine di renderlo realmente efficace e in grado di proteggere adeguatamente il suolo, il territorio, il paesaggio e l’ambiente.

 

Valter Musso

v.musso@slowfood.it

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