La strada del latte per salvare le montagne dall’abbandono

mucche_latte_sudtiroloSe chiudiamo gli occhi e pensiamo alla montagna, immaginiamo prati verdi, vacche al pascolo e profumo di erba appena tagliata, ma tutti sappiamo che purtroppo non è sempre così. Non è così perché troppo spesso montagna significa spopolamento, abbandono dei terreni ed erosione ambientale. Una tendenza che dobbiamo invertire. In questo caso misure politiche e finanziamenti pubblici spesi in modo intelligente possono essere il volano di un’economia virtuosa e di mantenimento dei territori, anche di quelli più marginali e difficili. Questa la strada da percorrere in futuro, come sta fortunatamente facendo anche un angolo della nostra Italia.

Nel piano di sviluppo 2014-2020 la Provincia autonoma di Bolzano ha deciso di destinare una parte delle risorse che la Politica Agricola Comune europea distribuisce agli agricoltori (normalmente secondo un criterio che tiene in considerazione dimensioni e produttività) specificamente per sostenere i maggiori costi che i produttori di latte in alta montagna hanno per la distribuzione, in sostanza per compensare gli svantaggi logistici nella consegna di latte di qualità nelle zone di montagna. In altri termini, i produttori o le cooperative di produttori di alta montagna, avranno diritto a un fondo di compensazione che contribuirà a coprire le maggiori spese sostenute per portare il latte a valle e immetterlo sul mercato rispetto ai produttori di pianura. Al di là della portata economica complessivamente limitata del provvedimento, questa operazione ha un forte valore politico e simbolico, perché per la prima volta si ammette che produrre in zone marginali ha costi maggiori e che questi costi non possono essere lasciati in mano al mercato, che ovviamente non li riconosce e dunque non è disposto a pagare di più per il prodotto. Non solo, ma il fatto che questa misura non sia stata considerata lesiva della libera concorrenza da parte della Commissione Europea, normalmente estremamente severa in questi casi, significa che il riconoscimento di questo scompenso e della necessità di colmarlo è considerato giusto e in linea con i principi che animano la PAC.

Sappiamo bene quanto sia in crisi la piccola produzione lattiera in Italia. E se questo vale per quasi tutte le aziende, è altrettanto lampante che quelle in zone marginali o “difficili” (principalmente in montagna) stiano pagando il prezzo più alto di un mercato che è incapace di valorizzare elementi qualitativi (solo pochi mesi fa il ministro Martina ha finalmente introdotto un sistema di etichettatura che identifichi la provenienza del latte italiano), e ha portato il prezzo a poco più di venticinque centesimi al litro agli allevatori, a fronte di un costo medio di produzione che supera i 30. Possiamo chiedere ai nostri produttori di lavorare in perdita ancora a lungo?

La questione è complessa, ma è evidente che l’esperimento di Bolzano può costituire un precedente politicamente interessante per provare a cambiare logiche di finanziamento a pioggia spesso basate sulle dimensioni delle aziende, per passare a un sistema premiante che parifichi le condizioni di accesso al mercato in modo che tutti gli attori partano dallo stesso livello. Anche perché, nel regolamento della Provincia di Bolzano, è previsto che, per ottenere gli aiuti, i produttori si impegnino a utilizzare procedure che aiutino a mantenere viva la montagna e a proteggerne l’ambiente.

mucche_latte_sudtirolo4Ecco allora che questo diventa un bel modo per cercare di arginare lo spopolamento delle montagne, troppo spesso abbandonate perché non in grado di offrire redditi adeguati e soddisfazioni professionali ed economiche ai giovani (e in verità non solo a loro), che si trovano costretti a “scendere a valle” per costruirsi un futuro degno. Non va dimenticato, a questo proposito, che mantenere vivi i piccoli allevamenti di montagna non significa solo consentire ad attività economiche importanti di sopravvivere, ma anche e soprattutto salvaguardare un presidio fondamentale sul territorio, garantendone il mantenimento dal punto di vista idrogeologico, paesaggistico e, sempre di più, anche turistico. Perché gli allevatori di montagna fanno anche questo, oltre a prendersi cura dei loro greggi e mandrie. E allora è arrivato il momento di iniziare a ragionare in una maniera nuova, costruendo prospettive anche nei territori più difficili, dove perdere una stalla significa perdere cultura del territorio, savoir-faire, economie locali, comunità e futuro. Nell’ultimo anno di stalle ne abbiamo perse 1500 su circa 35mila totali (dati di Coldiretti): come si può invertire questa tendenza? Le risposte positive e interessanti non mancano, e quella della provincia di Bolzano è un esempio da seguire.

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 23 luglio 2016

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