La rinascita del Parmigiano terremotato

parmigiano-terremotatoA quattro anni del terremoto che provocò milioni di euro di danni nei caseifici emiliani, un esempio di solidarietà e resilienza che ha permesso alle tante aziende distrutte dal sisma di risollevarsi e cominciare un nuovo capitolo della propria storia. L’articolo che segue è stato pubblicato sul terzo numero di Slow, la rivista di Slow Food, uscito in occasione di Terra Madre Salone del Gusto.

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LA RINASCITA DEL PARMIGIANO TERREMOTATO

di LAURA GIORGI

Nella mente quello che successe ormai quattro anni fa non si cancella. Il terremoto del maggio 2012, e i danni considerevoli che ne seguirono, restano ancora ben visibili nei piccoli paesi della Bassa emiliana, nel triangolo fra Modena, Bologna e Ferrara: nei tetti scoperchiati degli edifici pubblici e delle chiese, nelle crepe di tante case dei centri storici come delle periferie ancora puntellate e spesso abbandonate da chi le abitò.
Ci sono cittadini che le conseguenze di quelle scosse le vivono ancora sulla propria pelle continuando a vivere una quotidianità in container, alle periferie di alcune di quelle piccole città. Ma per il “sistema Parmigiano Reggiano”, il terremoto del 2012 sembra quasi archeologia.

I numeri del sisma

Il 20 e soprattutto il 29 maggio la terra tremò davvero forte in Emilia. In pochi, lunghissimi secondi crollarono chiese, campanili, case, capannoni, e franarono al suolo anche le scalere di 19 magazzini di stagionatura di Parmigiano Reggiano. Furono 37 i caseifici (di cui 13 nel Mantovano) e oltre 600 allevamenti conferenti il latte a essere danneggiati. Seicentomila le forme cadute a terra, il 20% della produzione complessiva dell’epoca. Oltre 110 di milioni di euro la stima dei danni. Un disastro, ma la reazione fu immediata. Ricordano al Consorzio del Parmigiano Reggiano che ci furono persone che avevano appena visto cedere la propria casa sotto la forza incontrollabile della terra in sussulto che si precipitarono al caseificio più vicino per aiutare a recuperare fin da subito le forme cadute. E si narra di un casaro che dormì in macchina per molte notti a fianco del caseificio per continuare il suo lavoro e non fare andare a male il latte che, comunque, arrivava. Numeri giganteschi, perché quella del Parmigiano Reggiano è effettivamente una filiera imponente, ma a riprendere in mano le cronache dell’epoca si riscopre che, tempo neanche due mesi e mezzo, e a inizio agosto dello stesso anno si completava il recupero delle ultime forme di formaggio.

La testimonianza, il Caseificio Razionale Novese

L’8 agosto segnava una data di svolta per il Parmigiano terremotato: nel magazzino di stagionatura del Caseificio Razionale Novese di Novi (Modena) terminavano le operazioni di estrazione delle forme cadute dopo la seconda, violenta, scossa del 29 maggio. «Non ero presidente allora, ma lavoravo nella mia azienda. Ero nella stalla, avevo due figli a scuola e la moglie incinta in casa – ricorda l’attuale presidente del Caseificio Razionale Novese, Kristian Minelli –. Il primo pensiero andò a loro, e poi subito dopo al formaggio, il sostentamento per tutte le nostre famiglie, siamo oltre settanta soci. La paura fu tanta anche perché un nostro operaio che era al lavoro in magazzino per la pulitura delle forme rimase sommerso dai formaggi caduti, intrappolato e ferito gravemente; fu il caso più grave in un caseificio, rischiò la vita. Altri dipendenti sfondarono una porta per raggiungerlo e lo trassero in salvo». In quel caseificio erano cadute 75.000 forme, tutte. Fu il più danneggiato. «Bisogna dare onore a chi intervenne subito senza tentennamenti. Il Parmigiano è la nostra fonte di sostentamento, il nostro lavoro, tutti ci misero del loro – continua Minelli –. E ci arrivò anche molto aiuto da fuori. Vennero a comprare il nostro formaggio persone anche da lontano e oggi, a quattro anni di distanza, sono ancora nostri clienti fedeli. Anche se magari non comprano ingenti quantità, ciascuno di questi rapporti fu importante allora e resta tale anche oggi». Recuperate le forme, «vendemmo solo quelle che erano ancora buone, potemmo farlo direttamente anche grazie a Parmareggio di cui siamo soci proprietari – spiega il presidente – bypassando quindi i canali di commercializzazione e certe speculazioni, perché in questi casi gli avvoltoi ci sono comunque sempre e ci sono stati anche qua».

Per questo caseificio, come per altri, il terremoto ha costituito una sorta di ripartenza. «Un punto zero per noi. Abbiamo messo a norma antisismica tutti i capannoni e ricostruito il magazzino ampliandolo, oggi stagioniamo 100.000 forme in due punti distinti – conferma Minelli –. Ma in un certo senso in molti ci siamo resi conto, di fronte all’emergenza, che andava modificato qualcosa nel modo di gestione se volevamo andare avanti. Con un salto in avanti in una dimensione, almeno dal punto di vista della gestione aziendale, un po’ meno artigianale».

La testimonianza, il caseificio Quattro Madonne

Altri, nella medesima volontà di non abbandonarsi alla fatalità, e fermamente intenzionati da subito a riprendere in mano le redini del proprio futuro, si sono trovati sorpresi di fronte alla solidarietà scattata immediatamente dopo il sisma. Al caseificio Quattro Madonne di Lesignana (Modena) il terremoto rase al suolo il magazzino principale con le sue 25.000 forme e il presidente Andrea Nascimbeni ancora oggi ha chiaro il ricordo del dramma, ma anche, e soprattutto, di quello slancio inatteso da parte di tanti. «Stavamo cercando di risolvere i danni avuti con la scossa del 20 al magazzino di Medolla, quando arrivò la scossa, più forte, del 29, che danneggiò lo stabilimento principale a Lesignana. Io quella mattina ero per strada fra i due magazzini e cominciai a vedere crollare i capannoni intorno a me, la gente in strada disperata, a casa avevo una figlia da sola. Corsi prima lì, poi al caseificio – ricorda Nascimbeni –. Scampato il peggio, ovvero scongiurato il timore che qualcuno si fosse fatto male, in magazzino c’erano mio fratello e diversi operai al lavoro, avevamo il dubbio che l’assicurazione non ci coprisse e invece due giorni dopo ci rassicurò in pieno. Cominciammo subito a estrarre le forme, 18.000 quelle cadute su 20.000, e due giorni dopo eravamo già subissati da migliaia di email di persone che da ogni parte d’Italia raccoglievano soldi fra colleghi, amici, e venivano a comprare il nostro Parmigiano. Venivano con i soldi affidati da altre persone senza sapere cosa sarebbe tornato loro indietro, intanto noi per accontentare tutti raccoglievamo l’aiuto di chiunque, nostri soci, cittadini, che ci venivano a dare una mano per recuperare e tagliare e confezionare le forme ancora sane per venderle. Non me lo sarei mai immaginato. È stato ben più di una pacca sulla spalla, quella solidarietà ci ha permesso di guardare oltre e non vedere solo tutto quello che ci era letteralmente caduto addosso.

Forse ce l’avremmo fatta lo stesso, non lo so. Quel sostegno credo sia stato fondamentale per crederci ancora di più».A fine 2015 sono arrivati i fondi erogati dalla Regione, nel frattempo questo come altri caseifici ci si era dovuto attrezzare con altre risorse per ricostruire e riammodernare, e anche in questo caso ampliarsi. Il Quattro Madonne ha raddoppiato il suo magazzino e ora di forme ne contiene circa 40.000. Il caseificio Quattro Madonne è stata la prima cooperativa a emettere a inizio 2016 dei mini bond aziendali per affrancarsi dalla dipendenza dalle banche. «Sei milioni di euro sono andati collocati subito – spiega il presidente Nascimbeni –, in più abbiamo dato in garanzia un pari valore in Parmigiano ai nostri finanziatori.

Ora sono le banche a venirci a proporre credito». Alla fine, a quattro anni dal terremoto, i conti ufficiali del Consorzio del Parmigiano Reggiano parlano di 800.000 posti forma ricostruiti, un milione di famiglie, 6 catene distributive e 59 caseifici coinvolti in acquisti e vendite solidali, 380 caseifici impegnati nella raccolta di contributo straordinario, oltre 4.800.000 di quegli euro raccolti ripartiti nel 2014, più raccolte solidali e donazioni di privati. Numeri che parlano di una solidarietà diffusa e straordinaria, che si è espressa anche in tantissimi altri modi spontanei e ha consentito di ricostruire 17 magazzini per quei 37 caseifici modenesi, reggiani, mantovani e bolognesi messi in ginocchio, dando continuità al lavoro di tante famiglie e futuro alla filiera di questo prodotto.

 

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