La PAC, una politica senz’acqua?

Il principale obiettivo della PAC è di dar da mangiare a 500 milioni di europei. Senz’acqua questa sfida è irrealizzabile. Eppure la gestione di questa risorsa è assente dalla legislazione sull’agricoltura.

Per coltivare un ettaro di grano che darà una resa fra i 90 e i 100 quintali, c’è bisogno di circa 600 millimetri d’acqua. In alcune regioni cerealicole, questa quantità corrisponde quasi all’ammontare delle precipitazioni annuali.

In agricoltura è Bruxelles a dettare le regole. La Politica agricola comune (PAC) festeggia i suoi 50 anni nel 2012. Storicamente ha avuto influenza sulla gestione dell’acqua, finanziando fino al 2000 l’irrigazione per colture come il mais, che in certi periodi dell’anno ha bisogno di grosse quantità di acqua. Un rapporto del Senato francese, datato 2010, dal titolo Ridare senso alla PAC precisa che «questo sistema è continuato dopo la riforma del 2003 poiché i pagamenti diretti, basati su riferimenti storici, hanno bloccato la situazione: i pagamenti importanti di oggi sono legati a delle scelte di irrigazione passate e gli investimenti in questo ambito danno luogo addirittura a dei pagamenti supplementari». Come dimostra uno studio di Pierre Boulanger pubblicato nel 2007, i dipartimenti francesi più soggetti alla siccità sono quelli che hanno ricevuto più soldi per l’irrigazione. Per Cyrille Deshayes del WWF Francia, niente di cui stupirsi poiché «il modello esistente è pregiudizievole. Le colture non sono adatte alle risorse disponibili. Ciò pone anche dei problemi di acqua sia sul piano quantitativo che qualitativo». Secondo l’organizzazione di protezione dell’ambiente, l’attuazione di rotazioni lunghe delle colture permetterebbe di abbassare lo stress delle risorse idriche, ma al momento molte regioni praticano una quasi monocoltura. Stessa osservazione da parte di Nicolas-Jean Brehon, della Fondazione Robert Schuman: «Da qui a 20 anni avremo delle difficoltà di accesso all’acqua, e la PAC prende poco in considerazione questo problema. L’Unione europea lo fa soltanto in modo indiretto con le direttive sulla qualità e l’inquinamento. È una politica affrontata solo dal punto di vista ambientale». E la riforma per il 2014-2020 non si discosta dal passato.

C’è da dire comunque che il fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale (Feader) permette di finanziare dei progetti idraulici fino al 75%, ma i fondi restano irrisori rispetto ai bisogni. Il Feader ha a disposizione per la Francia soltanto 6,4 miliardi in sette anni (2007-2013) e deve finanziare molte altre priorità.

Alcuni a Bruxelles opterebbero per il ricorso agli organismi geneticamente modificati. Le aziende Monsanto e BASF hanno messo a punto un mais GM che permette, con la stessa quantità d’acqua utilizzata, di avere un rendimento superiore fra il 6 e il 10% rispetto alle piante tradizionali. Questi OGM saranno utilizzati per la prima volta nel Nebraska (Stati Uniti), che vive da diversi anni una situazione di siccità cronica. Ma queste colture, di cui si ignorano gli effetti sulla salute dell’uomo, non sono autorizzate in Europa, e l’opinione pubblica è per la maggior parte contraria. Anch’egli contrario agli OGM, Nicolas Sarkozy si è invece dichiarato favorevole, nel novembre 2011, allo sviluppo di nuove colture che consumano meno acqua. Nel caso del mais, il sorgo viene regolarmente indicato come sostituto.

Per Jean-Luc Capes, presidente del gruppo acqua della Federazione nazionale dei sindacati dei coltivatori diretti (FNSEA), è necessario agire a livello nazionale ed europeo. Ma insiste sulla coerenza necessaria per evitare le distorsioni di regolamentazione fra agricolture di diversi Paesi come accade oggi. «Bisogna sviluppare un piano di gestione delle risorse idriche investendo nella captazione e nello stoccaggio, spiega l’agricoltore. Dopo la siccità primaverile del 2011, il governo ha annunciato un finanziamento di 40 milioni di euro. Ma i bisogni sono stimati a 400 milioni di metri cubi soltanto per la Francia, che significherebbe circa 1,2 miliardi di euro. In futuro bisognerà “produrre con meno acqua”. Ancora una volta, il punto debole resta il budget.

Luca Bernardini

l.bernardini@slowfood.it

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