La natura perde terreno!

PixabayForse non tutti lo sanno ma la natura sta perdendo terreno: fenomeni erosivi, cambiamenti nella composizione chimica dei terreni e desertificazioni interessano circa la metà dei suoli nel mondo. Si stima che più del 30% delle terre coltivate perdano il loro stato arabile prima che possa ripristinarsi. Il 15% di queste, le cui funzioni biologiche sono molto danneggiate, richiederebbero pesantissimi investimenti per poter essere riutilizzate a fini agricoli, mentre lo 0,5% delle terre coltivate può considerarsi perduto per sempre.

Se è vero che il degrado dei suoli è in parte legato a cause naturali, è comunque fondamentale il contributo apportato dalle attività umane, in particolare da una cattiva gestione dei terreni agricoli. L’eccessiva attività di pascolo, ad esempio, distrugge la copertura vegetale al punto che questa non può più riprodursi. Una volta messa a nudo, la terra diventa più vulnerabile all’erosione idrica o eolica. In altre aree, il dissodamento e la deforestazione modificano l’humus e impoveriscono la composizione del suolo. L’eccessiva irrigazione e il cattivo drenaggio provocano invece l’acidificazione e la salinizzazione dei terreni, che diventano via via sterili. C’è poi il fenomeno della cosiddetta “suola di aratura”, il compattamento dei suoli che deriva dal calpestio delle mandrie o dal passaggio di macchine agricole pesanti e causa l’asfissia delle radici.

A questo elenco, già di per sé preoccupante, vanno aggiunti gli effetti indesiderati dei progressi agronomici. La “rivoluzione verde”, ossia il modello di agricoltura industriale affermatosi nel secolo scorso, ha consentito di raggiungere grandi risultati nella lotta alla fame, ma si scontra oggi con i propri limiti. Un buon numero di specie ibride introdotte in campo aperto si sono dimostrate troppo sensibili al clima, ai parassiti e agli infestanti, incapaci di svilupparsi senza l’aiuto di concimi chimici e diserbanti. Esigono cioè una serie di condizioni che i contadini poveri del Sud del mondo, quelli per cui erano state pensate queste varietà vegetali, non sono in grado di assicurare. Del resto, le aree dove la “rivoluzione verde” si è imposta su larga scala fronteggiano gravi inquinamenti chimici, aggravati nelle regioni aride o semiaride dai rischi di desertificazione.

E non finisce qui: a ciò si aggiunga che in molti Paesi poveri le produzioni alimentari, poco competitive, vengono rimpiazzate da colture da esportazione come caffè, cotone, cacao e caucciù. Prodotti che sono soggetti a rapidi deprezzamenti e costringono i contadini a darsi a un’agricoltura “mineraria”: quando i suoli si esauriscono si procede al disboscamento di nuove terre, che verranno a loro volta abbandonate.

Pur in diminuzione nell’ultimo decennio, la deforestazione contribuisce a produrre fino al 20% delle emissioni di gas serra e prosegue ancora oggi al ritmo di 13 milioni di ettari disboscati ogni anno (una superficie quattro volte più grande di quella del Belgio). L’agricoltura ne è in parte responsabile, così come concorre all’effetto serra anche in altri modi: con le macchine agricole e la fabbricazione dei fertilizzanti di sintesi che richiedono l’utilizzo di energie fossili, con la risicoltura e la ruminazione degli erbivori che sono la principale fonte di emissione del metano, o con i fertilizzanti azotati che rilasciano protossido d’azoto.

La distruzione dei suoli minaccia già oggi un quarto dell’umanità e rappresenta uno dei maggiori rischi per il futuro, tra cali di produttività, esodi rurali e migrazioni. La pressione sulle terre arabili si è accresciuta in questi anni, suggerendo ai Paesi che non ne hanno a sufficienza di acquistarle o affittarle: la Cina, l’India, gli Stati del Golfo Persico esternalizzano sempre più la loro produzione agricola nelle nazioni povere del continente africano e asiatico. Spesso le transazioni fondiarie sono compensate da programmi di sviluppo locale, ma le tensioni non mancano: nel 2009, in Madagascar, un progetto di affitto di terre arabili al colosso sudcoreano Daewoo ha provocato una vera ondata di sommosse.

Per evitare che la “fame di terra” si trasformi in un’emergenza, serve una rivoluzione ancora più verde: un cambio di paradigma che aiuti il Sud del mondo a recuperare la propria sovranità alimentare, senza sacrificare la biodiversità e le capacità produttive degli ecosistemi. Perché l’equazione alimentare non verrà risolta se l’agricoltura non preserva il capitale ecologico da cui dipende la sua produttività. Per questo Slow Food, con l’appello Non mangiamoci il clima, rivolto ai rappresentanti dei Paesi e delle istituzioni internazionali riuniti a Parigi per la COP21, per sottolineare come il modello agroalimentare industriale abbia un impatto devastante su ambiente, salute ed ecosistemi e non possa essere ignorato. Facciamo sentire la nostra voce! Firma anche tu il nostro appello e partecipa alla grande Marcia per il Clima organizzata domenica 29 a Roma . Non mancare!

Conosci davvero il nostro suolo? Scopri di più leggendo E il mondo piccolo?, troverai un sacco di informazioni interessanti.

Fonte: Atlante dei futuri del mondo, Slow Food Editore 

Photo credits: Pixabay

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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