La marea nera. Se il pesce che mangiamo è pescato dagli schiavi

C’è un mare torbido, spesso lontano dai nostri occhi, dove si nascondono predatori ben più pericolosi di quelli in agguato negli abissi oceanici: tratta degli esseri umani, lavoro minorile e pesca illegale sono alcuni dei nomi dietro cui si celano interessi economici che in alcune aree del mondo muovono l’intero settore della pesca, condizionando la filiera dall’origine fino ai banchi dei supermercati e delle pescherie di casa nostra.

Per questo, in occasione della Giornata mondiale della pesca, la Fao insieme alla Santa Sede ha lanciato ieri (21/11/2016) un appello agli Stati, alle organizzazioni internazionali e di categoria e all’industria ittica per garantire condizioni di vita eque e dignitose a tutti i lavoratori del mare.

La pesca è una delle risorse più importanti per l’umanità quanto nel campo della sicurezza alimentare tanto in quello del lavoro. Secondo la Fao, il settore impiega 58,3 milioni di addetti, ovvero il 4,4% dei circa 1,3 miliardi di uomini e donne coinvolti in attività agricole. Si stima inoltre che il pesce e i prodotti ittici assicurino il 10-12% del fabbisogno alimentare del nostro pianeta.

In Italia e nel resto del mondo industrializzato l’economia del mare arranca: negli ultimi trent’anni, su 8mila chilometri di coste, le imbarcazioni sono diminuite del 33% arrivando a 12mila scafi con un’età media di 34 anni (solo a Mazara del Vallo i pescherecci d’altura sono crollati da 400 a 80). Si sono persi 18mila posti in un settore che oggi dà lavoro a 27mila persone e il 74% del prodotto consumato in Italia è importato, anche da Paesi lontani come Cile o Filippine.

Del resto si tratta di tendenze globali, se consideriamo che la quota di esportazioni dai Paesi in via di sviluppo è cresciuta in termini quantitativi dal 37% del 1976 al 60% del 2014: i ricavi netti di questo business valgono 42 miliardi di dollari l’anno per le economie emergenti, più del totale delle altre maggiori voci dell’export agricolo (come la carne, il tabacco, il riso e lo zucchero).

A dominare questo mercato è l’Asia, il continente che produce, esporta e consuma più prodotti ittici: 23 milioni di asiatici lavorano in attività collegate alla pesca ed entro il 2030, prevede la Banca Mondiale, il 70% dei consumi mondiali si concentreranno in quest’area. Alcuni Paesi della regione sono diventati leader nella produzione accoppiando le nuove tecnologie con bassi costi del lavoro e pratiche di pesca aggressive: la Cina, forte di un primato assoluto nell’acquacoltura (il 60% del totale), era nel 2014 il primo produttore ittico al mondo, seguita dal Vietnam al terzo posto e dalla Thailandia al quarto.

In taluni contesti questa supremazia sui mercati viene mantenuta senza troppi riguardi per l’ambiente, motivo per cui lo sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche potrebbe ridurre del 50% entro il 2050 la capacità dei sistemi marini di fornire sostentamento alle popolazioni costiere dell’Asia e del Pacifico. Ma preoccupano anche le condizioni della manodopera, dal momento che in quest’area si concentrano molti dei più gravi abusi denunciati dall’Ilo (l’agenzia dell’Onu per i diritti del lavoro) e dalle inchieste giornalistiche: tra queste vale la pena di citare almeno il reportage investigativo Seafood from Slaves realizzato nel 2015 da Associated Press e insignito quest’anno di un Premio Pulitzer.

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È proprio l’Ilo, nel report Global supply chains: Insight into the Thai seafood sector, ad affermare:

«La carenza di condizioni di lavoro dignitose nell’industria della pesca va dalla scarsa chiarezza nei rapporti contrattuali e dai ritardi nei pagamenti fino a forme di grave sfruttamento e abuso che contemplano l’affidamento di mansioni pericolose ai lavoratori bambini, il lavoro schiavile e il traffico di esseri umani. Le vittime hanno descritto le violenze, gli abusi sessuali e le minacce di cui sono state oggetto e il modo in cui, nei casi più estremi, hanno assistito all’uccisione di loro compagni. Gli abusi possono essere perpetrati dai padroni, ma sovente anche dai reclutatori o da altri membri dell’equipaggio».

Sebbene le navi tendano a non imbarcare bambini-schiavi, il lavoro minorile è una piaga endemica nel ramo della trasformazione. A Samut Sakhon, capitale dell’industria del gamberetto thailandese, l’Ilo stima che almeno 10mila bambini di età compresa tra i 13 e i 15 anni vengano impiegati nei capannoni per lo sgusciamento, senza contratti scritti né attrezzature di sicurezza, in turni massacranti e sottopagati.

La Thailandia è uno dei Paesi più spesso al centro di scandali legati allo sfruttamento del lavoro ittico, ed è interessante notare come all’origine di questo fenomeno ci siano anche notevoli squilibri ambientali e produttivi. La pesca illegale (che ammonta al 19% delle catture mondiali di pesce ogni anno), l’overfishing e il declino degli stock di pesca hanno infatti contribuito in vario modo ad alimentare il caporalato del mare.

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In particolare, l’inquinamento e il depauperamento dei tratti di mare circostanti hanno costretto gli armatori thailandesi ad attrezzare i pescherecci per viaggi più lunghi, forzandoli nello stesso tempo a tagliare sui costi di produzione al fine di mantenere buoni margini di guadagno. Di qui il ricorso sempre più massiccio alla manodopera immigrata, quasi sempre sfruttata e sottopagata, che rappresenta il 60-70% degli 80mila lavoratori dell’industria del tonno e l’80% dei 700mila lavoratori della filiera del gamberetto, provenienti perlopiù da Cambogia, Birmania e Cina.

I viaggi lunghi sono anche quelli in cui gli abusi si registrano con maggior gravità e frequenza: un’inchiesta dell’Ilo ha rilevato che la percentuale di lavoratori imbarcati contro la propria volontà sui pescherecci sale da una media complessiva del 16% fino al 25% quando le navi stanno in mare per oltre un mese. Un lavoratore su quattro, in altre parole, è un autentico schiavo.

Solo il 16 novembre 2016, con l’approvazione della Lituania, si è raggiunto il numero di ratifiche necessarie all’entrata in vigore della Convenzione Ilo 188 sul lavoro nella pesca. La Convenzione, varata nel 2007 con il supporto di diversi governi e organizzazioni, punta ad assicurare a tutto il settore una regolazione dell’età minima per il lavoro, meccanismi di protezione sociale, periodi di riposo garantito e standard minimi di garanzia dei diritti e della qualità della vita.

Purtroppo, oltre all’Italia (dove una proposta di legge presentata in gennaio giace alla Camera dei Deputati), mancano all’appello tutti i Paesi dell’Asean, l’Associazione delle Nazioni del Sud Est asiatico, ovvero quelli più toccati dalla marea nera dello sfruttamento.

Per la pesca, come per l’agricoltura, Slow Food crede fermamente che ogni persona possa contribuire, nel suo piccolo, a bloccare gli ingranaggi di un sistema alimentare globalizzato basato sullo sfruttamento intensivo delle risorse. Segui le attività e gli approfondimenti di Slow Fish, per sapere se il pesce che portiamo in tavola è davvero buono, pulito e giusto.

 

Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it

 

Fonti:

Fishers first: Good practices to end labour exploitation at sea (ILO)

Global supply chains: Insight into the Thai seafood sector (ILO)

The state of world fisheries and aquaculture 2016 (FAO)

Seafood from Slaves (Associated Press)

 

Per saperne di più:

Frutti di male. Gli schiavi del gamberetto

Non mangiamo il pescato degli schiavi

Gli schiavi dietro i nostri gamberetti

L’insostenibile schiavitù dei gamberetti

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