La lotta di Aida per i contadini kazaki

Il nome della città in cui vive è Karabulak, che nella sua lingua vuol dire “terra fertile”. Ma niente è più lontano dai contadini e dalla consapevolezza dei consumatori sulla provenienza del cibo che mangiano come il Kazakistan, «un Paese che pensa solo al petrolio e al gas».

Aida Baimakova, allevatrice, giornalista e attivista alimentare kazaka

A raccontarmi la sua storia è Aida Baimakova, ventisettenne indigena delegata di Terra Madre Salone del Gusto 2018 e attivista dello Slow Food Youth Network, la rete che solo pochi giorni fa ha portato a Torino 1000 giovani da tutto il mondo.

Figlia di Gulmaira – veterinaria, contadina e referente della comunità di produttrici di latticini tradizionali di Aqmola, una provincia nel nord del Paese – si è laureata in storia: «A differenza di tutti i miei coetanei, cui i genitori non hanno mai insegnato come si munge una vacca o come si pulisce una stalla, nella speranza che il loro futuro fosse diverso, mia madre ha coinvolto me e mio fratello nell’azienda di famiglia perché ha sempre creduto che fosse importante per noi crescere a contatto con la natura, con le nostre radici. Ma la mia vita è cambiata davvero nel 2015 quando mia madre ha pagato il volo per farmi partecipare ad AsiO Gusto (l’equivalente di Terra Madre Salone del Gusto in Corea del Sud, ndr), dove ho toccato con mano la rete di Slow Food. Quando sono tornata ad Astana ho subito organizzato un evento coinvolgendo i miei amici e i miei colleghi dell’università».

Nel frattempo Aida si laurea e comincia il dottorato, sempre in storia: «Ho rilasciato una breve intervista alla radio della capitale e in quell’occasione mi è stato chiesto di condurre una rubrica sulle tradizioni gastronomiche kazake. È andata bene e l’anno successivo il direttore ha acconsentito a mettere in programma “Terra Madre”, una trasmissione tutta dedicata ai contadini dei villaggi e alle loro storie. La risonanza è stata incredibile nella capitale: è aumentata la consapevolezza sul cibo che i cittadini mangiano, sulla sua provenienza e sui problemi dei contadini».

L’azienda della famiglia di Aida è considerata piccola nel suo Paese, solo 5 mila ettari, impiegati perlopiù per la produzione del grano, una sessantina di bovini e un centinaio di pecore che pascolano liberi in questa immensa proprietà: «Abbiamo dovuto vendere parecchi capi lo scorso anno perché mio fratello si è sposato e, rispettando la tradizione nel mio villaggio, abbiamo organizzato una bellissima festa, ma servivano parecchi soldi» sorride Aida.

Nonostante la giovane età, Aida è considerata una leader nel suo Paese perché, dopo aver superato tutti gli impedimenti burocratici, è riuscita a ottenere la terra che le spettava di diritto e i finanziamenti previsti. Non solo, ha dato vita a Mother heart, una Ong fatta di contadini per offrire consulenza alle aziende più piccole e meno strutturate della sua provincia su come ottenere i fondi, che altrimenti andrebbero tutti a finanziare i latifondi.

«A voi potrebbero sembrare banalità, ma vi posso assicurare che si tratta di atti coraggiosi in un Paese in cui le distanze sono insormontabili, tutti i riferimenti istituzionali, scientifici e sindacali sono concentrati nella capitale e la tendenza dominante è l’abbandono delle montagne, che porta con sé un diffuso degrado ambientale fatto di frane, incendi, torrenti che esondano trascinando a valle tronchi e valanghe».

Aida non si ferma mai e sta già pensando al prossimo progetto: creare una piattaforma online per catalogare tutte le aziende agricole di piccole dimensioni che producono prodotti buoni e rispettosi dell’ambiente. E realizzare documentari sulle storie delle contadine e dei contadini che le guidano: «Nel mio Paese i giornalisti che si occupano di cibo sono pochissimi, vivono tutti ad Astana e non sono interessati a cosa accade nelle campagne. Credo invece che dare voce ai contadini possa essere un modo per aiutarli e dirottare i flussi finanziari a loro favore».

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 27 settembre 2018

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