La grande bellezza delle montagne tra fabbri e birrai

Lo scorso 21 agosto il «Guardian», uno dei più importanti quotidiani del mondo, pubblicava un bellissimo racconto di viaggio a piedi in Val Maira, nel profondo della provincia cuneese.

Un reportage meravigliato di fronte alle bellezze di questa valle e della sua ospitalità, fatta di borgate restaurate e recuperate, rifugi animati e gestiti da giovani ritornati in montagna, piccole attività produttive che rendono questo territorio effervescente e attraente.

Se da una parte c’è da essere fieri e contenti che finalmente il mondo si accorga delle bellezze meno note del nostro Paese, dall’altra questa testimonianza internazionale ci dice molto di più del singolo contenuto dell’articolo.

Sarebbe sbagliato, infatti, interpretare quanto sta succedendo nelle valli della provincia di Cuneo e di tutto il Piemonte, per parlare di zone che conosco bene, come la semplice crescita di una «nuova» zona di interesse turistico.

Al contrario: stiamo assistendo allo sviluppo, dal basso, di un fenomeno di generazione di una nuova economia di montagna. Un processo che coinvolge in prima persona molti giovani e che sta iniziando a incidere profondamente anche sulle dinamiche sociali delle valli, fino a pochi anni fa in costante e pauroso spopolamento.

Cogliere solo il portato turistico di questa svolta sarebbe riduttivo, perché se non c’è dubbio che ristorazione, gastronomia, produzione di qualità e ospitalità siano i propulsori principali, va tuttavia rilevato come stiano riaprendo attività artigiane come falegnamerie, lavorazioni della pietra, finanche studi di architettura specializzati nel recupero delle abitazioni tradizionali. Una vera e da molti inattesa rivoluzione.

Eppure è questa ancora una volta la dimostrazione che si può generare economia positiva anche in aree del Paese non centrali o non attraversate da grandi arterie della comunicazione, che si può pensare di abitare in maniera positiva un territorio anche in assenza di un modello tipicamente industriale o turbocapitalista di produzione, che si può generare lavoro di qualità se si costruisce un sistema sociale che promuove la qualità a tutti i livelli.

Marta Fossati, allevatrice di Sambuco

L’aiuto della politica

Da questo punto di vista un ruolo importante lo sta giocando anche la politica. Una legge regionale approvata a fine 2016 e in vigore da novembre 2017 ha istituito, dando gambe a un’idea del professor Cavallero dell’Università di Torino, le associazioni fondiarie come strumento da promuovere per il recupero e la valorizzazione dei terreni agricoli e forestali.

Nella sostanza, la legge favorisce la costituzione di associazioni in cui vengano riunite piccole proprietà fondiarie (includendo dunque ovviamente i proprietari) o terreni incolti di cui non si conosca più il proprietario al fine di stendere un piano di gestione che raggiunga la sostenibilità economica, consenta di rispondere alle esigenze di tutela ambientale e paesaggistica e prevenga il rischio idrogeologico.

Uno strumento tanto semplice quanto dirompente, perché consente ai proprietari (in molti casi disinteressati oppure in possesso di parcelle molto piccole) di mettere a disposizione di un progetto economico il proprio terreno, che viene dunque anche manutenuto e acquista valore generando economia che rimane sul territorio, magari a beneficio di un giovane pastore, di un casaro, di un piccolo produttore di birra o di confetture.

Oltretutto vale la pena sottolineare come questa legge, seppur indirettamente e parzialmente, interviene anche sull’annoso problema del consumo di suolo, che come sappiamo aspetta ancora una regolamentazione nazionale a frontedi una proposta di legge che giace scandalosamente in Parlamento dal 2012.

Juri Chiotti del ristorante Reis di Frassino

Un esempio per l’Italia

Una legge regionale, quella piemontese, che sta funzionando e che sta diventando un modello anche fuori dalla regione. Un segnale che il modo per ridare vita alle cosiddette aree marginali esiste e può diffondere benessere a tutti i livelli.

Tutto questo è nuova economia, siamo di fronte a una vera e propria rivoluzione, capace finalmente di ridare ossigeno, vigore e prospettiva a una generazione di ragazzi che sembrava destinata a spostarsi in cerca di fortuna. E la cosa più bella è vedere i volti di chi è parte di questa rivoluzione.

Penso a Juri Chiotti del ristorante Reis di Frassino, chef stellato che ha aperto la sua osteria popolare, penso ai ragazzi di Antagonisti e Kauss, due birrifici di Melle e Piasco, o al gruppo di architetti di Amùn a Sampeyre o a Paolo Godano, fabbro che ricrea antichi strumenti o a Marta Fossati che fa formaggi di capra a Sambuco e ai moltissimi altri protagonisti di questa avanguardia che cresce a ritmo accelerato.

Una diversità umana e professionale orgogliosamente montagnina, legata alle proprie valli ma aperta al mondo e capace a cooperare e fare sistema, moderna e perfettamente a proprio agio in un mondo che ha disperatamente bisogno di ritrovare il ritmo perduto delle montagne.

Sono convinto che questo modello di economia di comunità possa essere valido in ogni parte del nostro Paese, soprattutto in un momento storico di incertezza e disorientamento in termini di politica economica nazionale e internazionale come quello che stiamo attraversando.

 

Carlo Petrini

da La Stampa del 9 settembre 2018

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • Si   No
SlowFood, Prendici Gusto, diventa socio