La Germania dice NO alla pratica di tritare i pulcini

Galline ovaiole, ma anche bovini e suini. Le notizie che arrivano dalla Germania in materia di benessere animale, ma anche di impatto ambientale degli allevamenti, lasciano ben sperare…

pulciniLa notizia più importante riguarda una pratica diffusa negli allevamenti delle galline ovaiole, di cui tendenzialmente, e per ovvi motivi, l’industria non parla e rispetto al quale i consumatori sono poco informati. Negli allevamenti industriali, le galline vivono ammassate in gabbie, spesso senza mai vedere la luce del sole, e con il becco amputato per evitare che si attacchino tra loro. Questo avviene di regola se si tratta di pulcini femmine, ma quando il pulcino è di sesso maschile (stiamo parlando di un animale su due, la metà dei pulcini nati negli allevamenti avicoli per la produzione di uova) spesso viene triturato vivo o soffocato in sacchi di plastica, come previsto dalle normative europee. Esso rappresenta infatti un costo insostenibile per l’azienda. I pulcini maschi non hanno alcun valore commerciale e vengono trattati come scarti, non potendo produrre uova e non essendo della razza “giusta” da carne.

In Germania, dove attualmente sono abbattuti 45 milioni di pulcini all’anno, è stata però approntata una tecnologia innovativa, che permette di determinare il sesso del pulcino dopo appena nove giorni di incubazione dell’uovo, ponendo meno dilemmi etici rispetto alla pratica della triturazione. In questo modo le uova che svilupperanno pulcini maschi potranno essere tolte dalle incubatrici e destinate alla produzione di mangimi, evitando di far nascere milioni di pulcini destinati a vivere per poche ore.

Galline_ovaioleLa Germania diventerebbe così il primo paese al mondo a vietare la pratica della triturazione dei pulcini maschi, come lasciano intendere le parole del ministro dell’Agricoltura Christian Schmidt, secondo cui questo innovativo sistema di controllo diventerà obbligatorio tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017. Ciò che Slow Food si augura è che questa decisione possa fungere da apripista per l’abolizione di tale pratica e che gli altri paesi europei seguano l’esempio dei tedeschi.

Ma il percorso della Germania nell’attivazione di buone pratiche di allevamento non finisce qui. Un’altra notizia riportata dal quotidiano Die Welt riguarda infatti la strada che sta praticando la Baviera in tema di mangimi destinati all’allevamento dei bovini e dei suini. In questa regione, infatti, le importazioni dai paesi dell’America Latina di soia – spesso Ogm – destinata alla produzione di mangimi industriali negli ultimi quattro anni hanno subìto un calo significativo, passando da 800.000 a 560.000 tonnellate all’anno.

Nel Land è stato infatti attivato il programma “Mangimi proteici nazionali”, incentivando le coltivazioni “alternative”, utili alla produzione dei mangimi. Nello stesso periodo di tempo preso in esame, le superfici destinate alla coltivazione di erba medica, fave e piselli sono aumentate complessivamente del 74%, coprendo una superficie di 32.000 ettari di terreno.

Lentamente, qualcosa sta cambiando, anche se molto va ancora fatto per migliorare la strategia degli Stati membri in materia di benessere animale.

di Jacopo Ghione e Silvia Ceriani

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