Quando la finanza scommette sulla fame

Quante volte, da bambini, ci siamo sentiti dire che «non si gioca con il cibo»? In Svizzera i Giovani Socialisti ne hanno fatto il motto di un’iniziativa referendaria, sulla quale gli elettori elvetici si sono espressi domenica scorsa (il quesito era inserito in un pacchetto di quattro referendum di cui faceva parte anche quello, più noto alle cronache, sull’espulsione degli immigrati colpevoli di reati). L’obiettivo era bandire le operazioni finanziarie speculative riguardanti le materie prime agricole e i prodotti alimentari.

Wheat and dollar banknote in close upSostenuta dai partiti di sinistra e dalle organizzazioni umanitarie, l’iniziativa “Contro la speculazione sulle derrate alimentari” della Gioventù socialista è stata osteggiata dai partiti di destra e di centro e dalle lobbies della finanza: alla fine gli elettori hanno bocciato la proposta con un 59,9% di no contro il 40,1% dei sì, ma secondo i notisti politici il voto favorevole di due cantoni (la città di Basilea e il Giura) si può comunque ritenere un segnale incoraggiante.
I fautori del referendum individuano nelle speculazioni dei mercati una tra le cause principali delle impennate di prezzi agricoli che più volte, anche in anni recenti, hanno messo in ginocchio le popolazioni più povere. Speculazioni che la Svizzera, storico centro di scambi finanziari, contribuirebbe non poco a incrementare. Di tutt’altro avviso gli oppositori della norma, a detta dei quali l’insicurezza alimentare andrebbe combattuta con i soli strumenti della cooperazione internazionale, senza intaccare i margini d’azione della finanza.

Il cibo diventa la nuova moneta

L’aumento e la volatilità dei prezzi dipendono da tre ragioni principali: la crescita del settore biocarburanti, gli eventi meteorologici estremi (sempre spesso associati al cambiamento climatico) e l’aumento del volume di scambi sui mercati a termine delle materie prime, ovvero la speculazione tramite i cosiddetti futures. Questo tipo di contratti serve a garantire in anticipo un prezzo di vendita o di acquisto della merce, mettendosi al riparo da eventuali aumenti o crolli improvvisi legati all’instabilità dei raccolti. Di per sé, quindi, si tratta di uno strumento con una funzione assicurativa sia per chi vende che per chi acquista – il cosiddetto hedging.
Il problema è che a partire dal 1991 sono stati introdotti nel mercato finanziario i Commodity Index Fund, fondi di investimento il cui rendimento è legato a un indice matematico calcolato combinando le quotazioni dei futures sulle materie prime (compresi i cereali). Cosa implica?
È presto detto: i futures del settore agricolo non sono più uno strumento limitato a chi ha un interesse diretto su quel mercato, ma coinvolgono soggetti finanziari come i fondi pensione e le banche. A questi ultimi non interessa quanto costeranno i beni in una determinata data, ma solo quanti soldi è possibile guadagnarci scommettendo. Così il cibo è diventato una nuova moneta e la speculazione ha incominciato a mangiarsi buona parte degli scambi.

La prima compagnia a lanciare i Commodity Index Fund è stata la statunitense Goldman Sachs, che resta la principale manovratrice di questa fetta di mercato insieme a Morgan Stanley e alla britannica Barclays Capitals. Una spinta ulteriore alla completa liberalizzazione dei mercati finanziari è arrivata nel 2000 con l’adozione del Commodity Futures Modernization Act, varato dal Congresso Usa e controfirmato da Bill Clinton a fine mandato.

Il report Broken Markets, lanciato dall’Ong britannica World Development Movement nel settembre 2011, fotografa una realtà impressionante: nel giro di soli cinque anni, la quantità di denaro investita dalle società finanziarie in titoli derivati legati alle materie prime agricole è passata dai 65 miliardi di dollari del 2006 ai 126 miliardi del 2011.
Broken Markets riprende poi un altro dato emblematico, basato sui rapporti dell’autority statunitense competente su questi mercati, la Commodity Futures Trading Commission (Cftc): il 25 giugno 1996 risultava che alla borsa di Chicago (centro di riferimento per le quotazioni mondiali di mais, frumento e soia) l’88% dei futures sul frumento fossero legati all’hedging e solo il 12% alla speculazione. La stessa rilevazione, compiuta il 21 giugno 2011 sugli stessi titoli, mostra una proporzione invertita: solo il 39% dei titoli è detenuto da chi fa hedging, contro il 61% degli istituti finanziari.
Molti di questi contratti vengono rescissi prima della scadenza, senza che vi sia uno scambio di merci, quindi sono semplici scommesse che però influenzano i prezzi dei prodotti fisici. È il caso di determinati futures, come si è detto, ma anche delle opzioni (attraverso le quali non si compra un bene, bensì la possibilità di acquistarlo a un certo prezzo in una certa data) e delle swap (contratti stipulati attraverso una finanziaria).

Esiste poi il fenomeno delle Extended Traded Commodities (Etc), strumenti finanziari pensati per permettere anche ai piccoli risparmiatori di accedere ai mercati delle materie prime servendosi di una società veicolo: i fondi sono legati a un indice, ma il risparmiatore può acquistare e vendere come se fosse sul mercato azionario e senza avere a che fare, neppure in via teorica, con barili di petrolio o bashel di frumento. Il tutto comodamente da casa, senza farsi troppe domande su chi dall’altra parte del mondo, a causa delle stesse oscillazioni di prezzo, non potrà più comprare il mais o la soia per sfamare la propria famiglia. Succede così che per interi periodi la maggioranza dei titoli non sia nelle mani di chi ha a che fare con i raccolti, ma in quelle di chi si preoccupa soltanto di trarre profitto da un indice: perfino carestie e alluvioni, che per migliaia di persone possono rappresentare catastrofi inenarrabili, agli occhi di una finanza predatrice diventano occasioni per far soldi. A costo di scommettere sulla fame.

Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it

Fonti
Sulla fame non si specula
Broken Markets

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