La fantasia al potere nelle vigne del Roero

Se, magari dopo aver assaggiato uno dei loro grandi vini, vi venisse voglia di visitare personalmente l’azienda Almondo Giovanni di Montà, con ogni probabilità non troverete ad accogliervi Federico, il più giovane della famiglia. Quasi sicuramente, infatti, il suo spirito un po’ selvatico lo tratterrà al ‘sicuro’ della sua cantina o meglio ancora fra le vigne sparse sui più bei bricchi del Roero.

Classe 1987, Federico incarna bene una nuova generazione di produttori che hanno via via preso le redini decisionali delle aziende di famiglia orientandone la produzione e modificandone gli stili.

Appassionato in maniera quasi maniacale del vino in tutte le sue forme e in tutte le sue produzioni, dopo la laurea in viticoltura ed enologia e un’infanzia trascorsa tra le botti accanto al nonno e al papà, affina la sua idea di vino e di produzione di qualità grazie ad alcune vendemmie all’estero.

Un’idea che ha come cardine fondante l’amore per il Roero, un territorio meraviglioso e troppo spesso oscurato dalle glorie della dirimpettaia Langa.

«Qui qualche milione di anni fa c’era il mare, si trovano ancora moltissimi fossili di conchiglie lavorando questa terra sabbiosa. È un ambiente unico, che obbliga la vite a faticare per sopravvivere e per questo regala vini unici», spiega.

Con l’aiuto indispensabile del fratello Stefano, dei due quello che si occupa della parte commerciale e delle relazioni con il pubblico, con Federico al timone la cantina è diventata sempre di più un punto di riferimento per i tanti produttori che cercano di esprimere nelle loro bottiglie l’essenza di questo territorio a tratti aspro e non facile.

Federico Almondo con la mamma Antonella, il papà Domenico e il fratello Stefano

Produttori spesso altrettanto giovani e preparati che condividono la voglia di dare al Roero l’apprezzamento enologico che merita attraverso una viticoltura precisissima in vigna, una mano leggerissima in cantina e un utilizzo minimo di additivi chimici e fitofarmaci in tutto il processo produttivo.

I vini di Federico sono eleganti, fini e affilati, buonissimi. «Siamo un gruppo di giovani che vogliono lavorare bene, ci confrontiamo, assaggiamo l’uno i vini degli altri, cresciamo e miglioriamo insieme, ma soprattutto, in fin dei conti, ci divertiamo a fare il nostro lavoro», dice sorridendo.

Personalmente sono affascinato dalla nuova ondata di viticoltori ed enologi giovani che stanno radicalmente cambiando il panorama vinicolo del nostro paese. All’inizio dell’avventura di Slow Food (allora Arcigola), infatti, a dispetto del nome il traino principale fu proprio il nettare di Bacco.

Dal nostro remoto angolo di Piemonte, il movimento partiva insieme alla spinta di una generazione di vignaioli che iniziava a cambiare il paradigma produttivo fino ad allora dominante, privilegiando la qualità alla quantità e l’imbottigliamento alla vendita dello sfuso.

Fu un’epoca di grande fermento e anche di scontro generazionale, che pose le basi per la straordinaria crescita della viticoltura piemontese e per il boom a cui abbiamo assistito tra gli anni ’90 e i nostri giorni. Allora la mia frequentazione con i grandi vigneron era quasi quotidiana, e la conoscenza personale si è trasformata in molti casi in amicizie che durano ancora oggi che le nostre barbe sono imbiancate e i capelli non ci sono più.

Sono proprio quelle aziende, nate o sviluppate in quegli anni (sto parlando dei ’70 e ’80) che vedono oggi al timone una nuova generazione di ragazze e ragazzi pieni di entusiasmo.

Come allora non fu sempre facile il passaggio del testimone, così anche oggi possono esserci visioni diverse apparentemente difficili da conciliare. Eppure il futuro dell’enologia e della viticoltura italiana passa proprio per la capacità di lasciare spazio alle visioni e agli entusiasmi dei giovani.

Federico Almondo rappresenta bene un movimento di giovani viticoltori di eccellenza che vive di profondo amore per il proprio territorio abbinato a una grande conoscenza del mondo. Il futuro del vino italiano è già iniziato e non c’è che da essere estremamente ottimisti.

 

Carlo Petrini

da La Repubblica del 4 ottobre 2018

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