La dieta mediterranea

Il sottotitolo del saggio La dieta mediterranea, di Elisabetta Moro e uscito per i tipi de Il Mulino, è quanto mai significativo: “Mito e storia di uno stile di vita”. Non lo è soltanto perché è una semplice sintesi di ciò che contiene il libro, ma perché dichiara senza mezzi termini che cos’è realmente la dieta mediterranea: uno stile di vita. Si astengano dunque i fanatici delle diete, i quali migrano, a seconda delle stagioni o dell’inclinazione del momento, da quelle con il marchio registrato a quelle del “senza”, fino a quelle diffusissime che puntano tutto sulla completa libertà di abbuffarsi di un solo tipo di alimento. La dieta mediterranea – anche se sintetizzabile in una piramide o altri schemi fatti di quantità per frequenza di ingestione di certi ingredienti – non è una dieta. O meglio, non è una dieta secondo il significato che il mondo moderno dà alla parola. Del resto, il suo stesso scopritore, Ancel Keys, sosteneva continuamente: «Odio le diete». Torno a citare lo storico dell’alimentazione Massimo Montanari sul tema, perché dice tutto: «Nel XVII-XVIII secolo la scienza dietetica ha iniziato a parlare un linguaggio diverso, fondato sull’analisi chimica anziché sull’osservazione fisica. È stato quando la nuova dietetica ha introdotto concetti, formule e parole non più legate all’esperienza sensoriale; quando la cucina è stata estromessa dalla dietologia e il rapporto piacere-salute è saltato: tant’è vero che oggi “dieta” è inteso dai più nei termini di una restrizione e non più nella costruzione di una cultura gastronomica».

Con la dotta e pressoché inedita prospettiva storica ed etnografica che l’autrice segue nel libro tutto questo diventa molto più chiaro, e si comincia a capire, tra salti nell’antichità, il racconto dell’iter che ha portato al riconoscimento Unesco in qualità di patrimonio immateriale dell’Umanità e le superstizioni dei cilentani (Ancel Keys ha sistematizzato la dieta mediterranea dopo aver vissuto e studiato per anni le abitudini della popolazione del Cilento), che forse le regole di buon senso alla fine sono le migliori, che forse è la stretta connessione con un territorio – quello che in cui si vive e che si vive perché ne si è parte attiva e cosciente – a portate i migliori benefici per la propria salute.

È in questo modo che “dieta” torna ad essere la costruzione di una cultura gastronomica, proprio come è stato per i luoghi in cui si è formata ed evoluta la dieta mediterranea. Scrive bene nella prefazione Marino Niola: «Quantità moderata, qualità altissima. Ecco il segreto della dieta locale. Che non è solo un modo di mangiare. E men che meno una cura dimagrante. È soprattutto una filosofia. Poco stress, equilibrio ambientale, cibo sano, variato e senza eccessi». Ecco: non si tratta di nutrizionismo qui, ma di ripercorrere la saggezza di un territorio. Una saggezza che si può applicare ovunque, riproporre, adattare a qualsiasi paniere di ingredienti locali. Leggere il libro della Moro ce lo ricorda argomentando, documentando e citando con la maestria dello studioso. Facciamone tesoro.   

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • SiNo