«La carne spaventa i giovani»: così il supermercato imbusta le bistecche nella plastica

I dirigenti della catena di supermercati Sainsbury’s assicurano che si è trattato di una scelta ponderata. Il disagio che molti giovani consumatori sostenevano di provare di fronte alla carne cruda era abbastanza grave da indurli a intervenire.

Così la compagnia britannica ha optato per una decisione drastica: a partire dal prossimo 3 maggio, nei punti vendita Sainsbury’s la carne verrà venduta solo all’interno di appositi contenitori di plastica (noti nel settore come buste Doypack).

«I clienti, in particolare i più giovani, sono piuttosto spaventati dall’idea di toccare carne cruda» dichiara al Sunday Times Katherine Hall, responsabile dello sviluppo di prodotto nei reparti carne, pesce e pollame per Sainsbury’s.

Questa convinzione nasce da una ricerca di mercato della società Mintel, secondo la quale poco meno del 40% dei millennials (la generazione dei nati dopo il 1980) afferma di provare disgusto nel maneggiare la carne, contro una media globale di circa 1/4 degli intervistati.

«Le buste – ha chiarito Hall – permettono alle persone, specie quelle con poco tempo a disposizione, di strappare la carne e rovesciarla direttamente in padella senza toccarla»: così, se la sperimentazione iniziale con il pollame andrà a buon fine, presto anche gli alimenti a base di maiale e pesce subiranno lo stesso trattamento.

La generazione snowflake e il cibo: ristoranti pieni, cucine deserte

Oltre al ribrezzo dei millennials, gioca una parte in tutto questo il crescente timore di intossicazioni alimentari, soprattutto riguardo al pollame: per prevenire la contaminazione di batteri come il campylobacter, spiega la dirigente della catena commerciale, c’è perfino chi spruzza spray antibatterico sul pollo prima di cucinarlo.

Ma è la conclusione della rappresentante di Sainsbury’s a rivelare un aspetto emblematico del problema: «Molti giovani mangiano nei ristoranti ma non cucinano granché a casa loro. Se non ci sono abituati, potrebbero pensare: uh, preferirei che qualcun’altro lo facesse per me!».

I giornali britannici si stanno sbizzarrendo in queste ore in invettive e ironie contro la cosiddetta generazione snowflake (“fiocco di neve”): così vengono spesso definiti, anche in molte polemiche di stampo politico, i ventenni e trentenni di oggi, presi di mira per l’ipersensibilità alle critiche, la vulnerabilità emotiva, l’inadeguatezza ad affrontare le difficoltà della vita quotidiana che ne caratterizzerebbero molti comportamenti.

Al di là di quanto questi stereotipi possano trovare conferme e delle facili ironie che suscitano, è lecito domandarsi quali siano le cause profonde di una sempre più sconcertante scissione tra le persone e il loro cibo.

Perché abbiamo paura di quel che mangiamo?

Millie Diamond, attivista alimentare e food writer

Una possibile chiave di lettura è quella offerta da Millie Diamond, attivista alimentare e blogger dell’edizione britannica di Huffington Post, che con il progetto Piglet to Plate punta a restituire una dimensione sostenibile e realistica all’allevamento e alla macellazione suina.

«Da dove viene questa paura di maneggiare carne cruda?» si domanda Diamond. Rispondendo così: «Credo che provenga dallo stesso posto di tutte queste discussioni sul cibo, che è una totale mancanza di consapevolezza. Dopo che la mia iniziale reazione di sarcasmo si è placata e ho riflettuto, mi sono resa conto di avere davvero una comprensione per la paura che viene instillata nelle persone. Possiamo scrivere di tutto e bollarlo come un atteggiamento ridicolo, ma con una sempre più scarsa educazione alimentare nelle scuole, come potremmo imparare qualcosa se i nostri stessi genitori ormai non ne sanno nulla a loro volta? Se non siamo coscienti di cosa cercare quando acquistiamo carne, in primo luogo, l’intero processo diventa scoraggiante, aumentando il livello di paura. Conservare il cibo, preparare il cibo, cucinare il cibo, riscaldare il cibo. Tutto ciò diventa un enorme campo minato da attraversare».

È una condizione che ha indagato Michael Pollan ne “Il dilemma dell’onnivoro”: «Quando puoi mangiare tutto ciò che la natura ha da offrire, decidere cosa mangiare dovrebbe inevitabilmente suscitare ansia, specialmente quando alcuni dei potenziali cibi in offerta sono suscettibili di farti ammalare o ucciderti… la cornucopia del supermercato americano ci ha catapultato in un panorama sconcertante di prodotti alimentari dove ancora una volta dobbiamo preoccuparci che alcuni di quei bocconcini dall’aspetto gustoso possano ucciderci».

Questo velo di inquietudine si deposita sui consumatori di oggi perché, prosegue la blogger britannica, «i legami tra la fattoria e la forchetta sono stati brutalmente tagliati, e a dispetto di tutti i discorsi della middle class sull’importanza di riconnetterci al nostro cibo, sul benessere e sull’alimentazione biologica, c’è ancora un problema molto più ampio che deve essere affrontato. Il nostro sistema educativo sta deludendo e le ripercussioni sono enormi, soprattutto quando si tratta di salute pubblica».

«Da quello che vedo – riflette ancora Millie Diamond – tutto ciò che riguarda questa mossa di Sainsbury’s è un passo nella direzione sbagliata. Sta incoraggiando un’ulteriore disconnessione da ciò che è nel nostro piatto. Incoraggia la produzione di più rifiuti di plastica usa e getta e al tempo stesso l’idea che sia meglio non toccare con le mani ciò che stiamo per mettere nei nostri corpi».

Non siamo a corto di tempo, ma di educazione

Non è certo difficile spiegare per quale motivo la scelta di incrementare gli involucri di plastica sia potenzialmente devastante dal punto di vista ecologico. A maggior ragione nel momento in cui si realizza che entro il 2050 potremmo trovare in mare più plastica che pesce e perfino la grande distribuzione segna un’inversione di rotta verso il modello plastic free.

Sainsbury’s si è impegnata di recente a ridurre gli imballaggi del 50% rispetto al dato del 2005 e la sua ultima mossa va nella direzione opposta. Ma non è solo questo il punto.

Gli stessi timori legati alla salute, infatti, vengono generati e cavalcati dall’industria alimentare, dal momento che è proprio l’allevamento intensivo ad essere più esposto a rischi sanitari come salmonella e campylobatteriosi.

«Per quanto comprenda il sincero timore dell’avvelenamento da cibo – conclude Diamond – credo che questo sia semplicemente un cerotto sulla ferita, applicato nella speranza di continuare a incoraggiare le vendite di pollo prodotto in serie a consumatori pieni di paura».

Non regge a una disamina nemmeno l’ultima delle possibili obiezioni, quella legata al “poco tempo” che molti possono dedicare all’alimentazione: «È un altro fantastico stratagemma di marketing […] L’industria alimentare ci ha “risparmiato” una mezzora in più al giorno con il convenience food, i cibi già pronti e preparati, eppure abbiamo trovato, come nota Michael Pollan in Cotto, quasi due ore in più nella nostra vita da dedicare ogni giorno al computer».

È il caso di domandarsi: siamo davvero a corto di tempo, o soltanto di educazione?

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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