John Ikerd: «La tecnologia non ci renderà indipendenti dalla natura»

Sui temi che stanno a cuore ai delegati di Terra Madre, oltre ai forum delle aree #foodforchange, sono in programma le grandi conferenze, organizzate in collaborazione con il Circolo dei Lettori di Torino. Tra i protagonisti, lo scrittore, giornalista e antropologo indiano, Amitav Ghosh; il professore emerito di Agricultural & Applied Economics all’Università del Missouri, John Ikerd; l’ambientalista e attivista indiana, Sunita Narain; il filosofo tedesco Wilhelm Schmid; il professore e scrittore John Thackara, che gira il mondo in cerca di progetti che aiutino il pianeta nella realizzazione di un futuro sostenibile; la chef statunitense e attivista di Slow Food, Alice Waters.

Tra i relatori di spicco internazionale che si possono incontrare a Terra Madre c’è John Ikerd, professore emerito di Agricultural & Applied Economics all’Università del Missouri (Usa), si occupa di economia e agricoltura sostenibili. Ha scritto, tra gli altri, The Essentials of Economic Sustainability (2012), Crisis and Opportunity (2008), Small Farms are Real Farms (2007) e Sustainable Capitalism (2005). Interviene sabato 22 settembre in sala gialla di Lingotto Fiere all’incontro Solo profitto o sostenibilità? Modelli a confronto per l’economia di domani.

 

Qual è a suo parere la giusta dimensione dell’agricoltura in grado di rispettare chi lavora e le risorse naturali?

L’economista statunitense John Ikerd

«I principi fondamentali del capitalismo classico sono molto più in linea con un’economia, una società e un’agricoltura sostenibili di quanto non si possa pensare oggi, perché nella concezione classica del mercato l’economia era pensata in ottica funzionale alla realizzazione di una società giusta, in armonia con la natura. Serviva, cioè, per soddisfare i nostri bisogni materiali di prima necessità.

Invece, nel corso degli ultimi secoli, abbiamo abbandonato questa visione dell’economia e indirizzato l’agire collettivo secondo l’interesse economico di singoli individui, cullandoci con la giustificazione che l’avremmo fatto per il meglio della società e dell’umanità.

Credo sia questa l’ipocrisia nella quale siamo caduti oggi. Guidati dal nostro stesso interesse personale, stiamo sfruttando l’integrità, la giustizia e l’equità delle nostre società, così come le risorse naturali. E quindi, se vogliamo contribuire alla realizzazione di un’economia e un sistema alimentare che rispettino la società e diano a ciascuno quello di cui ha bisogno in termini di diritti umani universali – che potremmo definire diritti economici -, se vogliamo mantenere l’integrità delle risorse della Terra, allora dobbiamo ripristinate la concezione originale dell’economia, considerandola come elemento di giustizia ed equità della società e come elemento di armonizzazione con le risorse della natura».

 

La Rivoluzione verde, l’industrializzazione dell’agricoltura sono stati salutati come sistemi in grado di assicurare alla popolazione mondiale cibo a sufficienza. Oggi molti studiosi ritengono invece che sia possibile nutrire il mondo con l’agroecologia. Qual è la sua opinione al riguardo?

«Siamo in un momento cruciale della battaglia per definire il futuro del cibo. Anche l’industria agricola si sta rendendo conto che così non si può più andare avanti, che l’opinione pubblica è davvero preoccupata.

Il processo di industrializzazione agricola era stato avviato con le migliori intenzioni, semplicemente non ci siamo resi conto di quali potevano essere le conseguenze della chimica e dell’agricoltura intensiva, non abbiamo intuito le conseguenze negative a livello sociale, per le persone delle comunità e le economie locali.

Con l’industrializzazione dell’agricoltura abbiamo cercato di renderci indipendenti dalla natura in termini di produttività dei suoli, delle piante, degli animali… abbiamo pensato “Se siamo abbastanza intelligenti e innovativi, allora possiamo sfuggire alle regole della natura”. L’agroecologia, invece, si basa sul concetto che siamo parte della Terra e che dobbiamo trovare un sistema per alimentarci operando in armonia con la natura.

E quindi penso che il vostro Food for change rappresenti il bivio di fronte al quale ci troviamo. Possiamo scegliere di implementare le tecnologie con l’obiettivo di essere sempre più indipendenti dalla natura, oppure possiamo scegliere la via del rispetto della Terra e imparare come vivere in armonia con le risorse che ci mette a disposizione».

 

Elisa Virgillito

e.virgillito@slowfood.it

tratto dal numero 6/2018 di Slow, la rivista di Slow Food Italia

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