Italia: stiamo perdendo la nostra sovranità alimentare

Oggi riprendiamo un post del Fatto quotidiano che – nonostante sia datato 13 novembre – riteniamo sia di strettissima attualità. Parliamo di Italia oggi, e in particolare del nostro bene più prezioso: la Superficie Agricola Utilizzata. E purtroppo non abbiamo buone notizie da darvi sull’argomento: da ’71 al 2010 infatti è diminuita di 5 milioni di ettari. Come mai? Ci sono due motivi: l’abbandono delle terre e la cementificazione.

Qualche intervento per arginare il fenomeno? Non pervenuto: «Per la risoluzione del primo – scrive Domenico Finiguerra –  la politica è assente e non riesce, anzi non prova neanche, ad arginare la perdita di terreno del settore primario rispetto al mattone. Coltivare la terra rende sempre meno in termini di reddito ed è molto faticoso, nonostante la meccanizzazione. Per il secondo fenomeno, la cementificazione, la politica dominante, non solo non l’ha arginato, ma lo ha promosso: approvando normative che hanno spinto i comuni a fare cassa con la monetizzazione del territorio, realizzando opere infrastrutturali che hanno accompagnato l’espansione urbanistica (lo sprwal), favorendo la rendita urbana, coltivando il consenso facile con gli oneri di urbanizzazione che arrivano grazie alle colate di cemento». E per chiarirci le idee ci riporta qualche dato sul consumo di suolo agricolo a cura del Ministero delle Politiche Agricole.

Nel primo a sinistra si può vedere che a fronte di un aumento della popolazione, la superficie agricola utilizzata è diminuita (del 28% in 40 anni) e la forbice tende ad allargarsi. Nel secondo grafico è chiaro ed evidente quanto l’Italia stia progressivamente perdendo sovranità alimentare. La media del nostro grado di approvvigionamento alimentare è tra l’80 e l’85% ed è in costante diminuzione. Solo 20 anni fa era pari al 92%.

A questi dati, di cui si parla piuttosto di rado, se ne aggiunge un altro ancor più preoccupante: l’Italia è il terzo paese in Europa e il quinto nel mondo nella classifica del deficit di suolo. Ci mancano 49 milioni di ettari per coprire il nostro intero fabbisogno, pari a 61 milioni di ettari. Il risultato? Saremo destinati a essere sempre più dipendenti dalla produzione di terreni di altri Paesi. Il buon senso dovrebbe portarci a fermare immediatamente per decreto il consumo di suolo, a bonificare le aree compromesse da cemento e veleni, a incentivare il ritorno alla coltivazione delle terre abbandonate. «Ma purtroppo buon senso e interesse collettivo sono spesso in contraddizione con gli interessi dei pochi e soliti noti… E questi ultimi prevalgono sempre»…

E così quando si chiede di investire le scarse risorse nella messa in sicurezza del territorio, le grandi opere hanno il sopravvento. Si propone il recupero degli immobili esistenti, rendendoli più efficienti dal punto di vista energetico, di puntare sul risanamento/ricostruzione dei centri storici abbandonati e invece la risposta sono: «le newtown in aperta campagna, le cittadelle dello sport, della moda, del design. Noi proponiamo un grande piano nazionale di piccole opere, per aiutare l’edilizia ad uscire dalla crisi (dall’abbattimento delle barriere architettoniche alla realizzazione di fognature, marciapiedi e piste ciclabili); loro ci rispondono polemicamente con nuovi piani casa, nuovi grattacieli, nuovi grandi eventi, nuove grandi autostrade, nuovi grandi padiglioni. Insomma, noi chiediamo di rallentare; loro accelerano con sprezzo del pericolo, spingendo il vapore a tutta velocità verso le estreme conseguenze, verso il baratro. Degli irresponsabili» è la lucida analisi di Finiguerra.

Risultato di queste scelte scellerate portate avanti con tanta veemenza bipartisan? Secondo l’ISPRA ogni giorno vengono impermeabilizzati 100 ettari di terreni naturali. 10 mq al secondo. Spaventoso.

A cura di Michela Marchi
m.marchi@slowfood.it 

Difendiamo il cibo vero insieme - Diventa Socio Slow Food

comments powered by Disqus