«Salva borghi», finalmente la politica si muove

C’è un’Italia nascosta alle cronache che da decenni vive in trincea per difendere l’ultima scuola della vallata, il punto nascite a rischio di chiusura, la strada provinciale in dissesto di cui si attende invano la riparazione.

In foto, Gavoi (Nu) ® Antonella Fancello

Questa Italia delle aree interne occupa un territorio pari ai 3/5 della penisola: ci vivono più di 10 milioni di persone, che producono il 93% dei prodotti Dop e Igp e il 79% dei vini più pregiati. Purtroppo alla retorica sulle eccellenze del made in Italy fa da contraltare l’abbandono, e così una persona su sette ha lasciato questi luoghi negli ultimi 25 anni.

Un ottimo segnale dalla politica arriva finalmente con la legge “salva borghi”, approvata pochi giorni fa in parlamento: prevede fondi per 100 milioni fino al 2023 che finanzieranno la riqualificazione dei centri storici e una serie di interventi prioritari. Dalla banda ultralarga alla messa in sicurezza di strade e scuole, senza dimenticare il capitolo dedicato alla promozione delle filiere corte e dei mercati agricoli.

Sebbene il provvedimento sia encomiabile, la dotazione finanziaria rimane davvero esigua, considerando che sono coinvolti più di 5mila centri. Inoltre in questo contesto, è necessario disincentivare, anche fiscalmente, le nuove costruzioni, a complemento di una politica che punti piuttosto al recupero dei tanti edifici esistenti e inutilizzati. Bisogna insomma che le aree interne salgano ancora di più nelle priorità della politica. Sostenere i borghi d’Italia non significa soltanto occuparsi dei 10 milioni di italiani che ci vivono, ma anche dei 50 milioni che subiscono le conseguenze di un’urbanizzazione estrema.

Se perfino un Paese come la Cina, dopo anni di esodi rurali, prova ora a invertire la tendenza dei flussi dalle campagne alle megalopoli, significa che non è certo impossibile per noi. A patto di avere sia le risorse che la volontà per farlo.

 

Gaetano Pascale

presidente di Slow Food Italia
g.pascale@slowfood.it

Da La Stampa dell’8 ottobre 2017

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