Inquinamento e agricoltura, la Cina inverte la rotta?

«Come potrà la Cina produrre abbastanza cibo per la sua popolazione, se tutti incominceranno a mangiare come gli americani? La semplice risposta è che non potrà farlo». Bloomberg riassume in una battuta i complessi problemi agricoli e alimentari che il Paese del Dragone si troverà ad affrontare nei prossimi anni.

Le immagini delle megalopoli soffocate tra fumi da inferno dantesco e le ricorrenti notizie di avvelenamenti e sequestri di alimenti fanno il giro delle agenzie ormai da anni. A detta di molti questo è il prezzo che Pechino continua a pagare per quattro decenni di straordinaria crescita, non solo economica: tra i risultati più encomiabili non si può dimenticare la rapida discesa del tasso di malnutrizione, passato secondo la Fao dal 23,9% del 1990 al 9,3% del 2015. La Cina è uno dei pochi Paesi ad aver ampiamente superato l’obiettivo internazionale di un dimezzamento degli affamati, fissato dalle Nazioni Unite per il 2015: appena ventinove Stati ce l’hanno fatta, mentre un centinaio hanno fallito il compito. Nel ristretto gruppo dei promossi, la Cina copre addirittura due terzi dei progressi registrati negli ultimi due anni.

C’è però un’altra faccia nella medaglia dello sviluppo che ha poco a che fare col miglioramento delle condizioni di vita generali e molto con la speculazione: tra il 1997 e il 2008, testimonia un report realizzato da Fao e Ocse, il colosso asiatico ha perso il 6,2% dei suoi terreni agricoli. Ufficialmente il tasso di conversione dei terreni è diminuito a partire dal 2007, quando il governo ha formalizzato l’obiettivo di preservare per usi agricoli 120 milioni di ettari di terra. Tuttavia, le amministrazioni locali hanno spesso aggirato le restrizioni, annoverando fra gli appezzamenti coltivabili anche i terreni marginali o “riconvertendo” aree già urbanizzate.

Ancor più allarmante è il fatto che le terre sottratte alla cementificazione spesso siano già compromesse per altre ragioni. Una lunga ricerca, condotta nell’arco di sette anni dal ministero della Protezione Ambientale e dal ministero della Terra e delle Risorse, ha rilevato che il 16,1% dei terreni fertili è inquinato da metalli pesanti (cadmio, arsenico, piombo, mercurio).

L’avvelenamento del suolo è grave in tre grandi regioni sviluppate – l’area del Nordest di più antica industrializzazione, il delta del Fiume Azzurro (lo Yangtze) verso il Mar Cinese Orientale e quello del Fiume delle Perle (Yuè Jiāng) che sfocia fra Hong Kong e Macao nel Mar Cinese Meridionale. Se consideriamo solo le aree coltivabili, la percentuale di terreni con livelli di inquinamento superiori agli standard nazionali sale al 19,4%. Ciò significa che circa 3,33 milioni di ettari di terreni seminativi non sono adatti a ospitare le colture.

All’azione di questi inquinanti si aggiunge quella delle sostanze chimiche: nel 2015 la Cina ha venduto 3.495 milioni di tonnellate di pesticidi (su una produzione complessiva di 3.741 milioni di tonnellate), in calo del 2,2% rispetto all’anno precedente. Scende finalmente, dopo anni di boom, il consumo di erbicidi (-1,6%), insetticidi (-8,5%) e battericidi (-20,8%).

L’agricoltura cinese sta forse prendendo coscienza della necessità di invertire la rotta, al pari delle autorità. Solo nel corso del 2015 il governo centrale ha stanziato 2,8 miliardi di yuan (430 milioni di dollari) per sostenere progetti anti-inquinamento in 30 capoluoghi.

Secondo gli esperti, però, gli sforzi sono ben lontani dall’essere sufficienti: «Anche con metodi di bonifica a buon mercato, ci vorrebbero 300mila yuan per ogni ettaro di terra inquinata da metalli pesanti. Il che significa almeno 6 miliardi nel complesso» nota ad esempio Lan Hong, esperto di ecologia dell’Università Renmin. Un altro ricercatore dell’ateneo, Zhu Shouxian, rileva che «l’inquinamento del suolo è un problema complesso per l’agricoltura e l’industria, e i terreni contaminati non potranno essere recuperati prima di dieci anni».

Coniugare la persistente ricerca dell’autosufficienza alimentare con la necessità di salvaguardare le condizioni dell’agricoltura e dell’ambiente sarà la grande sfida dei prossimi anni per la principale potenza emergente del pianeta.

L’associazione della Chiocciola ha iniziato a muovere i suoi primi passi nel Paese del Dragone appena due anni fa, con la costituzione di Slow Food Great China. Ma l’obiettivo di assicurare a 1,3 miliardi di cinesi un accesso sempre più ampio al cibo buono, pulito e giusto, valorizzando una cultura gastronomica millenaria, è già più vicino grazie ai numerosi progetti avviati.

Non per nulla sarà proprio la Cina a ospitare dal 29 settembre al 1 ottobre prossimi, nella città di Chengdu, i 400 delegati pronti a partire da 90 Paesi di tutti i continenti per il prossimo congresso mondiale di Slow Food.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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