India: 50 mila contadini invadono Delhi: «Annullate i debiti agricoli»

«Una delle più grandi marce degli ultimi tempi». Cinquantamila contadini indiani hanno bloccato le strade di New Delhi, per chiedere l’eliminazione dei debiti agricoli e maggiori profitti per i loro prodotti. Tra di loro, amici e parenti di migliaia di coltivatori che hanno commesso il suicidio negli ultimi anni perché non riuscivano a ripagare i debiti.

Un fenomeno conosciuto ma a cui non si riesce (o non si vuole) porre rimedio: sono oltre duecentocinquantamila agricoltori indiani si sono suicidati negli ultimi 21 anni. Perché?

In una vasta e poco coesa economia, gli agricoltori indiani dipendono dai prestiti (governativi) per l’acquisto di semi, pesticidi e vari altri input di produzione. I tassi d’interesse su questi prestiti sono di solito elevati e, molto spesso, i guadagni che ne derivano non superano i costi – lasciando molti coltivatori in balia dei debiti. L’altro problema che si trova ad affrontare quella larga parte di popolazione che dipende dalla terra è la disponibilità di suoli adatti. Negli ultimi tempi c’è stato un ampio dibattito sulle leggi che regolano la proprietà.

Dal 1951, la disponibilità pro capite di terreni è diminuita del 70%, passando dagli 0,5 ettari degli anni Cinquanta a 0,15 ettari nel 2011, e secondo varie fonti la quota è destinata a diminuire ulteriormente. È difficile utilizzare alcuni tipi di macchinari su piccoli appezzamenti e così la maggior parte degli imprenditori sono intrappolati in un vortice di debiti, a causa dei quali non possono permettersi i mezzi adeguati alle loro piccole fattorie. Questo influenza la qualità dei prodotti, contribuisce al ribasso dei prezzi e accresce il debito. Per vendere ciò che producono, gli agricoltori devono inoltre pagare le commissioni agli intermediari nei “mandis” (mercati di frutta e verdure), impoverendosi ancor più. Allo stesso tempo, a causa della mancanza di infrastrutture, delle condizioni stradali e degli eventi climatici in India, i tempi di trasporto sono lunghi e spesso frutta e verdura deperiscono prima di essere vendute.

Questa situazione è rimasta invariata negli anni così come le richieste dei contadini sono rimaste inascoltate. In seguito a una marcia simile organizzata a Mumbai lo scorso marzo,  il governo locale aveva promesso d’intervenire assicurando l’estinzione dei debiti agricoli. Non è bastato e ora i contadini hanno alzato il tiro e si rivolgono direttamente al premier indiano e non usano mezzi termini: per loro Modi ha tradito le promesse elettorali con cui ha vinto del 2014.

Sotto la spinta delle pressioni, all’inizio dell’anno il primo ministro ha approvato una riforma per assicurare ai contadini il 50% dei profitti del raccolto. Tuttavia il prezzo di riso, fagioli e semi di girasole continua a essere al di sotto dei limiti previsti dalle autorità. Se il governo avesse fatto rispettare questi limiti, lamenta Avik Saha, esponente del partito Swaraj Abhiyan, «lo scorso anno i coltivatori non avrebbero perso un guadagno pari a circa 360 miliardi di rupie (7 miliardi di euro)».

L’India è innanzitutto un’economia agricola – con un 70% della popolazione che vive in aree rurali e il 60% della sua forza lavoro impegnata nel settore primario. Sebbene due terzi degli 1,3 miliardi di indiani traggano dalla cura della terra il loro sostentamento, il settore contribuisce solo per il 15% al Pil della nazione. P. Sainath, fondatore dell’organizzazione People’s Archive of Rural India che pubblica i resoconti sul settore agricolo, denuncia che «negli ultimi 14 anni il Parlamento non ha mai trovato il tempo di discutere su questo argomento». Tuttavia gli esperti ritengono che il premier sarà costretto a farlo, sotto la spinta delle elezioni generali del 2019. Su di lui già premono i leader delle opposizioni – in testa Rahul Gandhi del Congress e il Chief minister di Delhi Arvind Kejriwal – che ieri si sono uniti ai manifestanti cavalcando le proteste. Speriamo non sia l’ennesimo trucchetto elettorale.

Via Asia News

 

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