In Brasile è in gioco il futuro del pianeta

Fuori dall’accordo di Parigi sul clima. Via il Ministero dell’Ambiente (che verrebbe accorpato con quello dell’Agricoltura). Meno controlli e riduzione delle sanzioni per le attività di deforestazione. Abolizione della riforma agraria (che, tra le altre cose, definisce i confini dei territori indigeni). Stop a tutte le forme di attivismo su ambiente, minoranze, orientamenti sessuali e identità di genere, accesso alla terra.

Un’alleanza forte con le lobby dell’agroindustria alimentare per promuovere l’espansione di mais e soia geneticamente modificati e dei grandi allevamenti nella regione amazzonica.

Sono alcuni dei punti del programma di Jair Bolsonaro, candidato dell’estrema destra alla presidenza del Brasile, che al primo turno ha raccolto il 46 % dei voti.

A partire da domenica prossima, potrebbe essere questo il futuro del Brasile, un Paese immenso, con oltre 200 milioni di abitanti, centinaia di popoli indigeni e la più grande foresta del mondo, nonché il principale polmone verde del pianeta.

Slow Food con tutta la sua rete brasiliana (che conta migliaia di attivisti nelle comunità urbane e rurali, cuochi, docenti e ricercatori, giornalisti, etc.) e tante organizzazioni e movimenti della società civile si stanno battendo per preservare i valori di Terra Madre: il diritto alla terra, la difesa delle popolazioni indigene, la tutela dell’ambiente e della biodiversità, la sovranità alimentare, la fraternità fra i popoli.

«Il Brasile, negli ultimi due anni – sottolineano i rappresentanti dell’Associação Slow Food do Brasile -, ha registrato grossi passi indietro a livello di politiche pubbliche per l’agricoltura familiare, come il taglio drastico al Programma di Acquisizione di Alimenti o un allargamento delle maglie sull’uso di pesticidi. Dati più recenti della PNAD/IBGE (ricerca a campione sulla popolazione brasiliana) indicano un aumento della povertà facendoci probabilmente risprofondare nella ben nota Mappa della Fame nel mondo della Fao (Fao Hunger Map) dalla quale eravamo appena usciti nel 2014. La causa di questa situazione deriva dalle politiche di austerità e dalla perdita di diritti messe in atto negli ultimi anni».

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