Imparare la felicità. A casa di Zygmunt Bauman

Non siamo felici di dare questa notizia ovviamente, pochi giorni dopo aver salutato (oltre che un caro amico) uno dei massimi intellettuali italiani. A 91 anni muore Zygmunt Bauman, intellettuale, filosofo e sociologo polacco. Tra i massimi intellettuali contemporanei, era conosciuto per aver teorizzato la società liquida. Carlo Petrini, insieme a Carlo Bogliotti, direttore di Slow Food Editore, e Rinaldo Rava hanno avuto la grande occasione di conoscerlo, nel novembre 2014, a Leeds, dove viveva. Godetevi il racconto di questo straordinario incontro. 
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Il treno per Leeds ci porta verso la casa di Zygmunt Bauman. Tifosi in trasferta e ragazzi di ritorno a casa, che sono scesi a Londra per il venerdì sera, ci accompagnano un po’ brilli mentre noi ripassiamo i classici del grande sociologo e filosofo di origini polacche. Sono le opere che spesso hanno ispirato molte riflessioni, poi inserite nei libri di Carlo Petrini e diventate parte del patrimonio di idee “slow”: Modernità liquida (Laterza, 2002), Vite di scarto (Laterza, 2005), Consumo, dunque sono (Laterza, 2008), Vite di corsa, come salvarsi dalla tirannia dell’effimero (Il Mulino, 2009), Communitas, uguali e diversi nella società liquida (Aliberti, 2013) sono solo alcuni dei titoli divorati e assimilati negli ultimi anni.

Inutile dire che le aspettative per questo incontro sono piuttosto alte. È stato inseguito per lungo tempo ed è iniziato a distanza con una lezione magistrale di approccio lento alla vita, giunta via email: «Se non vi dispiace proporrei di posticipare il nostro incontro alle 16, non posso rinunciare al mio riposo pomeridiano che mi permette di vivere meglio e più a lungo». Al trio che viaggia verso il Nord dell’Inghilterra – Carlo Petrini, Rinaldo Rava e il sottoscritto – interessa soprattutto capire la visione che Bauman ha del sistema alimentare, che valore dà al cibo, come ciò che noi abbiamo definito “Buono, Pulito e Giusto” si intersechi e trovi spazio nei suoi pensamenti. Forse inconsciamente si cerca approvazione, più probabile un’illuminazione.

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A Leeds, la casetta periferica in cui ci porta il taxi è deliziosa con il suo bow-window e il giardino che, visto che siamo a dicembre, rimanda soltanto lontanamente a quando possa essere lussureggiante nella bella stagione. Zygmunt Bauman e Aleksandra Kania (anche lei sociologa con molte pubblicazioni all’attivo) ci accolgono con una cordialità quasi d’altri tempi; ci accomodiamo in un salotto, ovviamente straripante di libri, tra i quali spuntano qua e là manifesti e volantini che tradiscono una convinta militanza di sinistra.

Sul tavolino una torta alle fragole e delle ciliegie, poco di stagione a Leeds il 9 dicembre ma evidentemente ritenute cibo prezioso da offrire a ospiti di riguardo. Presto il tutto è corroborato da una bottiglia di bourbon, che scioglierà gli imbarazzi da convenevoli e anche la lingua di tutti durante la piacevole chiacchierata che parte proprio dalla richiesta di un giudizio sul sistema alimentare mondiale. Bauman parla di tecnologia che cambia i rapporti umani, un mondo in cui la velocità rimpiazza la profondità, in cui fare surf in internet significa anche letteralmente (surfing) navigare sulla superficie e non andare in profondità. Non parla di cibo, parla di tempo, di relazioni.

«Sì, ma il cibo ha bisogno di rallentare, far crescere una patata o un pomodoro detta dei tempi naturali che non si possono stravolgere» afferma Petrini.

«La natura è intesa diversamente a seconda delle società – risponde il sociologo –. Nella nostra, urbana e veloce, è quasi scomparsa assieme ai suoi tempi, dove invece la gente non è ancora stata completamente riciclata dalla modernità la natura resta importante. Noi viviamo in una società in cui il paradigma dominante è dato da due elementi che pretendiamo sempre: “di più” e “adesso”. Tu e voi di Slow Food siete forse contro queste cose, ed è apprezzabile, encomiabile. Ma ormai sono nel nostro inconscio anche se non ce ne rendiamo conto. Questi sono i principali avversari, e spesso albergano dentro di noi».

Al che si evidenzia come in realtà i fermenti di una ribellione a quei “di più” e “adesso” siano molto diffusi, in ogni tipo di società, e partano spesso dal mondo agricolo e della produzione alimentare. Bauman vede però un consumerismo – che distingue dal consumismo, secondo lui un mero rapporto di utilità tra soggetto e oggetto – che impera, un modo di pensare per cui si misura tutto sul potere del consumo. È qui che nascono e proliferano quelle relazioni povere (così definite da Anthony Giddens) in cui ogni cosa esistente, animata o inanimata, diventa oggetto di consumo, da buttare e lasciare nel momento in cui non dà più soddisfazione, non serve più.

Viene in mente lo spreco alimentare, si associa al giudizio sul valore che diamo al cibo: «Allora forse è un mondo dove non c’è amore». «Il consumerismo si basa su un rapporto univoco – dice Bauman – mentre l’amore, come ha scritto la professoressa Kania, è l’unico sentimento biunivoco in cui addirittura i confini tra egoismo e altruismo si confondono. Quando ami non sai se stai facendo una cosa per l’altro o perché ti dà piacere fare qualcosa per l’altro».

Quindi il coproduttore deve essere guidato dall’amore? È l’amore per il cibo e per chi lo produce che ci spinge a fare il lavoro che facciamo? Se da un lato Bauman saluta con piacere la presenza di movimenti come Slow Food, svicola quando gli si chiede se è ottimista per il futuro:

«Non sarà facile che tutti vi seguiranno, ma io spero che la gente capisca che il “di più” e “adesso” ci portano verso la catastrofe. Gli ottimisti dicono che viviamo nel miglior mondo possibile e i pessimisti dicono che forse hanno ragione loro. Ma non è per niente esaustiva la divisione tra ottimisti e pessimisti. C’è un terzo campo che si pone in mezzo ed è quello della speranza. La capacità di sperare è una qualità delle persone davvero immortale e, usando un gioco di parole, quest’immortalità è la nostra vera speranza».

Chissà se lavorare per il cambiamento in una società liquida, senza appigli, dove tutto in realtà sta già cambiando continuamente non possa alla fine rivelarsi inutile, se non si utilizzano nuovi modelli e paradigmi.

«Dobbiamo reimparare il nostro modo di essere felici, dobbiamo imparare a prenderci dei rischi – sostiene Bauman mentre ci versa un secondo giro di bourbon –. L’amore rende felici ma non è mai senza rischi. È un impegno. Purtroppo oggi con il “di più” e “adesso” nessuno vuole impegnarsi, prendere dei rischi. Sono riusciti a mercificare anche le cose che un tempo si ritenevano immuni dal libero mercato: il lavoro, la terra e i soldi. Ci aggiungo l’educazione, quanto costa oggi avere un’educazione decente che poi nel migliore dei modi non viene usata dai nostri ragazzi che finiscono a fare lavori frustranti?».

E a proposito di frustrazione aggiunge: «Mi spiace, siete venuti qui e vi ho solo posto problemi. Sapete, sono specializzato a trovare difficoltà». Nessun problema, signor Bauman. Mentre usciamo da casa sua un po’ intorpiditi dall’alcol si pensa a quell’amore che non si sa se sia egoistico o altruistico. A quanto sia imprescindibile rischiare. All’immortalità della speranza. S’è parlato poco di cibo. Non sembra in cima alla lista dei pensieri di uno dei più grandi pensatori contemporanei. Forse è un peccato per lui. Forse no. Ma certo dopo questo viaggio, riflettevamo in treno al ritorno mentre i giovani di Leeds scendevano a Londra per il sabato sera, non ci è passata la voglia dell’impegno che, ce lo siamo detti, parla di relazioni profonde.

In fondo è questione di imparare la felicità.

Carlo Bogliotti
Da Slow, la rivista di Slow Food

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