Il veleno nel piatto. Come l’agroindustria inquina il nostro cibo

«Non siamo ambientalisti, siamo vittime di un sistema di produzione che si preoccupa di più di riempire le tasche di alcuni che della salute delle persone»: ne era convinto Fabian Tomasi, l’operaio agricolo argentino divenuto suo malgrado un simbolo della resistenza allo strapotere dell’agroindustria.

Fabian Tomasi è morto due settimane fa a soli 53 anni, consumato da una polineuropatia tossica che aveva contratto lavorando a contatto con pesticidi tossici.

A Terra Madre Salone del Gusto ne ricorda l’esempio il biologo brasiliano Glenn Massakazu Makuta, segretario esecutivo della Rete Terra Viva: «Fabian Tomasi è solo una delle molte vittime di uno sfruttamento che ha intaccato le nostre risorse sociali, culturali e agricole».

Se l’Argentina è considerata da vent’anni un laboratorio di sperimentazione a cielo aperto per l’industria agrochimica, nel vicino Brasile il quadro non è certo meno preoccupante.

«Abbiamo il record di assassinii politici di leader indigeni – denuncia Makuta – e una diffusa persecuzione poliziesca ai danni dei nostri agricoltori. Oltre a un tasso altissimo di accaparramento della terra e un poco invidiabile record per l’uso di pesticidi: ben 1 milione di tonnellate sparse sul nostro suolo ogni anno».

Anche gli europei vengono indirettamente in contatto con questa contaminazione, dal momento che buona parte della produzione agricola brasiliana viene esportata in Occidente: «In Brasile vengono impiegate più di 500 sostanze agrotossiche. Un terzo di queste sono già state bandite in Europa: siamo utilizzatori di spazzatura chimica». E la tendenza non accenna a fermarsi, dato che proprio lo scorso mercoledì 19 settembre la Corte Federale Suprema di Brasilia ha annullato l’ingiunzione che a inizio agosto aveva imposto di sospendere l’uso del glifosato.

Quella esercitata dalle multinazionali dell’agroindustria in Sudamerica è una nuova forma di colonialismo, sostiene Miryam Kurganoff, docente della Scuola di Nutrizione nella facoltà di Medicina dell’università di Buenos Aires. In Argentina, dove il circolo perverso dell’allevamento intensivo e le monocolture si alimentano a vicenda, l’ingiustizia ecologica si somma a quella sociale: «I veri produttori sono senza terra, senza sussidi e senza diritti. Mentre colossi come Benetton gestiscono 900mila ettari di terreni».

Per aumentare le rese si usano pesticidi in modo indiscriminato, ma gli effetti non riguardano solo l’ambiente o la salute di chi lavora nei campi e delle loro famiglie: «In una semplice insalata può accadere di individuare quindici o venti agenti degli agrotossici che negli Usa verrebbero proibiti, perché sono dimostrati i loro effetti cancerogeni e neurotossici».

L’onda lunga della rivoluzione verde, cioè l’approccio agronomico che dagli anni Quaranta ha permesso di incrementare a dismisura i rendimenti attraverso l’impiego di fertilizzanti e fitofarmaci, mostra il suo volto più oscuro nei Paesi del Sud del Mondo.

«La rivoluzione verde in Africa ha portato un aumento della produzione agricola senza considerare però l’impatto dei pesticidi sull’ambiente e sulla salute umana: gli agricoltori infatti non hanno tute e strumenti protettivi per difendersi» denuncia Janet Fares, direttrice del centro di sperimentazione e formazione Sustainable Agriculture Tanzania (Sat).

Nei sistemi monoculturali, inoltre, aumentano le probabilità che si sviluppino agenti batterici nei raccolti: «Quest’anno – continua Fares – abbiamo affrontato epidemie che hanno colpito le piante di mais, un grave problema per chi coltiva solamente quel prodotto».

«Quando venne avviata la rivoluzione verde – conferma Glenn Makuta, riferendosi alla situazione nel suo Paese – molti contadini non capivano i rischi dei prodotti che utilizzavano. Ancora oggi, per la maggior parte dei contadini il ricorso alle agrotossine non è una scelta ma è l’unica soluzione possibile: non dobbiamo demonizzarli, pensiamo piuttosto a come aiutarli nella transizione verso altri sistemi».

Fra il 2000 e il 2014 in Brasile c’è stato un aumento del 135% nei consumi di pesticidi. La monocoltura della soia, che occupa qualcosa come 33,2 milioni di ettari (un’estensione di terreno undici volte più grande del Belgio), assorbe da sola il 52% di tutti i pesticidi.

Una ricerca dell’università di San Paolo stima inoltre che fra il 2007 e il 2014 si siano registrate almeno 25mila intossicazioni da pesticidi, in media otto al giorno: tra il 20% e il 25% di queste interessavano bambini e adolescenti.

Questo è uno degli aspetti più inquietanti del fenomeno, che dimostra come il cibo prodotto a basso costo e “a tutti i costi” sia un problema per tutti, nel Sud quanto nel Nord del mondo.

Renata Alleva, specialista in scienze dell’alimentazione dell’università di Bologna e membro di Medici per l’Ambiente, ha studiato a lungo gli effetti dell’esposizione ai pesticidi: «Le patologie oncoematologiche hanno visto negli ultimi anni un aumento drammatico in Italia, anche nella fascia di età pediatrica. Del resto non esiste una versa soglia di sicurezza per quanto riguarda gli interferenti endocrini: lo ha riconosciuto anche il Parlamento europeo, ma pur senza dar seguito al bando del glifosato».

Uno studio condotto di recente dall’università di Bologna sui residenti della Val di Non, terra di coltivazione intensiva delle mele, ha registrato una serie di modificazioni nel Dna di persone sane che i sistemi enzimatici fanno fatica a riparare: è l’effetto della cosiddetta esposizione cronica a basse dosi di pesticidi.

C’è infine da notare come l’impoverimento dei terreni, in seguito all’azione degli agenti agrotossici, abbia impoverito di conseguenza anche l’alimentazione: «Se ci riflettiamo – conclude Alleva – c’è un collegamento diretto con la parallela crescita del mercato degli integratori. Produciamo un cibo sempre più povero di nutrienti e cerchiamo di compensarlo con altre sostanze chimiche».

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • Si   No
SlowFood, Prendici Gusto, diventa socio