«Il tempo di agire per tutti noi è ora»

«Se non facciamo ripartire ora la produzione alimentare la fame, già grave e diffusa, peggiorerà ancora e la dipendenza da aiuti alimentari esterni si prolungherà ulteriormente. Il tempo di agire per tutti noi è ora». Queste parole sono state pronunciate ormai quasi un mese fa da José Graziano Da Silva, Direttore Generale della Fao (l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di cibo e agricoltura) di ritorno da una missione nel nord-est della Nigeria.

Etiopia – Latte di cammello dei pastori Karravu © Paola Viesi

Non so quanti di quelli che stanno leggendo queste righe, nonostante si tratti di una dichiarazione ormai datata, possano dire di averla già sentita. Ha trovato poco spazio sui giornali, non ha trovato risonanza nei Tg, non gli sono stati concessi approfondimenti dedicati. Eppure stiamo parlando di una situazione estremamente complicata, che ha visto disordini, conflitti e violenze andare di pari passo con una siccità che ha colpito tutto il bacino del lago Ciad, il grande specchio d’acqua saheliano che costituisce una fondamentale fonte idrica per le popolazioni di una delle aree a più alto rischio desertificazione del mondo. Un’area che comprende, oltre al nord-est della Nigeria, anche parte del Camerun, del Ciad e del Niger. Stiamo parlando di più di 7 milioni di persone che si stima siano in una situazione di grave insicurezza alimentare. E soprattutto stiamo parlando di persone il cui sostentamento arriva per l’80% dall’attività agricola. Come possiamo non essere aggiornati su una circostanza di questa gravità? Senza contare che, nello stesso tempo, gli effetti disastrosi di El Nino e la conseguente siccità (la peggiore degli ultimi 50 anni) hanno visto una recrudescenza dell’insicurezza alimentare in Etiopia, Somalia, Eritrea e Sud Sudan.

Pasta Katta di Timbuctu © Paola Viesi

È drammatico, ma l’elenco potrebbe continuare a lungo. Attualmente 28 paesi africani sono in situazione di dipendenza da aiuti alimentari esterni per far fronte alle necessità primarie della popolazione. E c’è da registrare un altro fatto. Il sostanziale disinteresse dei nostri mezzi di comunicazione rispetto a questa crisi in corso va a braccetto con l’indifferenza della politica mondiale. Agli appelli della Fao per raccogliere i fondi necessari per fornire un intervento adeguato, la risposta dei governi del Nord del mondo è stata piuttosto tiepida, e finora è stato raccolto poco più di un quinto del denaro necessario (a onor di cronaca va comunque detto che l’Europa è stata la più generosa).

Stiamo vivendo un paradosso: da una parte si fatica a trovare i fondi per affrontare una crisi umanitaria enorme, e dall’altra si dibatte di come arginare i flussi migratori che bussano alle nostre porte. In ogni angolo del mondo ricco il tema delle migrazioni è all’ordine del giorno in quanto problema da gestire, mentre non ci si interroga mai sulle cause profonde. Se andassimo a vedere le responsabilità del cambiamento climatico (che è quello che sta acuendo siccità e desertificazione in tutto il pianeta), scopriremmo che il peso maggiore va attribuito allo stile di vita e ai modelli produttivi di Europa, Stati Uniti e Cina, non certo di Sudan o Eritrea. Così come se cercassimo le ragioni profonde dei conflitti che agitano l’Africa Centrale, potremmo vedere che il ruolo giocato dalla lotta per le riserve minerarie è centrale. Quelle riserve minerarie che alimentano le industrie del nord del mondo o i telefonini che ciascuno di noi porta in tasca.

Si sente spesso parlare, purtroppo, dell’assurda necessità di distinguere tra chi migra per motivi economici e chi invece fugge dalla guerra. È una distinzione inutile oltre che stupida, perché noi non possiamo arrogarci il diritto di quantificare la disperazione delle persone. Nessuno migra se non per estrema necessità, ed è nostro dovere guardare con amorevolezza e benevolenza, oltre che con enorme rispetto, a queste persone.

Carlo Petrini
c.petrini@slowfood.it

Slow Food da anni è attiva in oltre 40 paesi del continente africano. Sta creando una rete di orti buoni, puliti e giusti nelle scuole e nei villaggi per garantire alle comunità cibo fresco e sano, ha avviato 43 Presìdi, catalogato 476 specie vegetali e razze animali a rischio di estinzione con l’Arca del Gusto, ha avviato 2 reti di Alleanze tra cuochi e 4 Mercati della Terra. Inoltre ha una rete di soci e attivisti che organizzano eventi e campagne sulle principali politiche di Slow Food: contro l’accaparramento delle terre, contro l’uso di Ogm, a favore di una pesca sostenibile e delle popolazioni indigene, ….

Con loro, Slow Food protegge la biodiversità locale, tutela i saperi tradizionali e costruisce un futuro per le giovani generazioni.

Il tuo aiuto per noi è prezioso e a te non costa nulla. Destina il 5×1000 alla Fondazione Slow Food per la Biodiversità e riporta questo codice fiscale 94105130481 sulla tua dichiarazione dei redditi.

L’Africa ci (Ri)guarda!

  • Hai imparato qualcosa di nuovo da questa pagina?
  • Si   No
SlowFood, Prendici Gusto, diventa socio
comments powered by Disqus