Il ritorno dei fossili. Con il “liberi tutti” di Trump saltano i limiti alle emissioni

In un’estate che ha visto, ancora una volta, anticipare l’Earth Overshoot Day, il giorno in cui si inizia a utilizzare risorse comuni a ritmo più intenso di quanto il nostro pianeta sia in grado di sopportare (quest’anno caduto il primo agosto), ci si aspetterebbe che nelle stanze del potere mondiale si lavori giorno e notte per invertire una tendenza che di anno in anno ci avvicina al baratro dell’estinzione e della distruzione del nostro stesso habitat. 

Al contrario, purtroppo, la notizia di questa fine di agosto è che l’amministrazione Trump ha deciso, smantellando definitivamente la legislazione introdotta da Obama in termini di protezione ambientale, di delegare il potere di decidere i limiti alle emissioni delle centrali a carbone e degli impianti di produzione di energia ai singoli Stati che compongono gli Usa.

Una scelta che, di fatto, significa dichiarare solennemente il “liberi tutti” sul fronte delle politiche ambientali statunitensi, il primo Paese produttore di gas serra del mondo. 

Che Trump non sia un ambientalista è ben noto, tuttavia questa decisione interroga ancora una volta sulla deriva globale che il nostro mondo sta vivendo e alla quale stiamo tutti, più o meno consapevolmente, assistendo.

Dopo lo sbandierato successo della Cop21 di Parigi, svoltasi ormai tre anni fa, si pensava di essere finalmente entrati in un’epoca di cooperazione e di azione comune globale per affrontare la principale minaccia alla nostra sopravvivenza, il cambiamento climatico. Oggi sappiamo che, esattamente come a Kyoto nel 1997, abbiamo preso un ingenuo abbaglio.

Il modello economico non si tocca, e se questo distrugge l’ambiente per i nostri figli e per i figli dei nostri figli, qualcuno ci penserà a tempo debito. Per il momento la priorità è la produzione e, forse ancora più importante, l’impatto elettorale dei lavoratori dell’industria pesante, specie quella del carbone.

Ecco allora che la prospettiva è una sola: mettere in discussione un modello economico che non è fatto per il benessere di tutti ma per la ricchezza di pochi.

Un sistema costruito e pensato per autorigenerare se stesso, un sistema che poggia sullo sfruttamento delle risorse naturali non rinnovabili, sull’appropriazione delle risorse comuni, sul valore economico come unico parametro per misurare il benessere. 

Noi invece sappiamo che un altro mondo è possibile e necessario, e sappiamo che c’è bisogno di tutto il nostro impegno di cittadini per provare a renderlo realtà. Insieme possiamo farcela, possiamo farci sentire con le nostre scelte di consumo e di voto.

Perché loro sono giganti ma noi siamo moltitudine.

 

Rinaldo Rava

r.rava@slowfood.it

da Il Manifesto del 23 agosto 2018

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