Il Governo ai cinesi: «Mangiate meno carne»

Dalla metà del Novecento i consumi di carne a livello mondiale sono aumentati ben cinque volte, passando dai 45 milioni di tonnellate nel 1950 agli attuali 250 milioni di tonnellate. Secondo le stime Fao, questo dato è destinato a raddoppiare entro il 2050, con costi ambientali, per il benessere animale, e per la salute pubblica.

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A determinare questa crescita inarrestabile, negli ultimi decenni, sono stati in particolare la Cina e l’India, le cui abitudini alimentari saranno determinanti per le sfide future. I due Paesi costituiscono insieme un terzo della popolazione mondiale. È evidente che, pur avendo ancora un consumo di carne pro capite inferiore ai Paesi occidentali, un aumento del consumo di carne per il cittadino cinese medio avrà ricadute enormi. Secondo il Meat Atlas, pubblicato nel 2014 da Friends of the Earth Europe, la Cina determinerà la crescita maggiore già nei prossimi anni, una crescita che è ampiamente connessa alle maggiori disponibilità economiche della classe media e all’emergere della Cina come potenza economica mondiale. Un po’ come è avvenuto anche nel nostro Occidente, quello che una volta era considerato un cibo raro, una delizia da riservare alle occasioni speciali, si è trasformato in un cibo quotidiano. Nel 1982 in Cina si consumavano mediamente 13 chili di carne all’anno per persona. Le statistiche attuali sono schizzate a 63 chili all’anno a testa e, se non si modifica questa tendenza, le proiezioni parlano di ulteriori 30 chili in più per persona entro il 2030. Benché la Cina non occupi ancora il podio dal punto di vista dei consumi medi pro capite – negli Stati Uniti e in Australia il consumo medio per persona è pari al doppio –, il fatto di essere il Paese più popoloso del mondo fa sì che attualmente il 28% della carne prodotta a livello mondiale (e il 50% di quella suina prodotta globalmente) sia consumata dalla sua popolazione.

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Ora, risulta chiaro che un cambiamento nell’una o nell’altra direzione può avere una portata incredibile, che non si misura evidentemente solo sul paese specifico, ma il cui impatto sarà globale. Per questo motivo la notizia di nuove linee guida dietetiche delineate dal Governo cinese hanno attratto l’attenzione mondiale, e in particolare quella degli attivisti del clima, ben consapevoli dell’impatto climatico dei consumi di carne e degli allevamenti industriali. Il Ministero della Salute si è posto un obiettivo ambizioso, puntando a una riduzione dei consumi del 50%, e consigliando ai suoi 1,3 miliardi di abitanti di passare a 40-75 grammi al giorno. I consumi medi, nell’anno, si ridurrebbero a 14-27 chili pro capite. Obiettivo di queste nuove linee guida è il miglioramento della salute pubblica, ma è chiaro che le conseguenze sarebbero altrettanto significative dal punto di vista della salute ambientale, portando a una notevole riduzione delle emissioni di gas a effetto serra (se si arrivasse a questo taglio nei consumi le tonnellate di gas serra previste per il 2030 passerebbero dagli 1,8 miliardi al miliardo).

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Secondo la Fao, infatti, l’allevamento industriale di bovini, suini, avicoli, è responsabile del 14,5% dei gas serra che intrappolano il calore nell’atmosfera, con una lunga serie di conseguenze che vanno dallo scioglimento dei ghiacci all’innalzamento del livello dei mari, dall’assottigliamento dello strato di ozono all’acidificazione degli oceani… In più, gli allevamenti pesano sull’ambiente per altre ragioni, come l’inquinamento del suolo e dell’aria dovuto ai rifiuti e agli scarti degli allevamenti e ai prodotti chimici usati nei campi di mais e di soia utilizzati per produrre i mangimi, o come la distruzione di habitat ed ecosistemi per far posto ai pascoli, agli allevamenti e alle monocolture…

È comprensibile, dunque, che queste indicazioni governative siano viste con grande interesse da quanti si preoccupano per la salute di tutto il pianeta. E forse, qualche ricaduta benefica avverrà anche dal punto di vista del benessere animale… Quel che è importante è che, ultimamente la questione dei consumi di carne è sempre più avvertita e interpretata come una questione politica. Qualche mese fa, vi avevamo parlato della proposta del governo danese di introdurre una tassa sul consumo di carne rossa (www.slowfood.it/danimarca-proposta-nuova-tassa-sul-consumo-carne-rossa/). Oggi è la volta della Cina… Siamo speranzosi: i governi sembrano finalmente avvertire questa urgenza e con misure diverse stanno sensibilizzando i consumatori. Dopo decenni in cui la questione è stata tenuta ai margini del dibattito era ora.

Silvia Ceriani
s.ceriani@slowfood.it

Fonte: The Guardian

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