Glifosato, muore il simbolo della lotta all’agrochimica argentina

Fabian Tomasi, il simbolo della lotta degli agricoltori argentini al glifosato, è morto venerdì 7 settembre a soli 53 anni. Se il suo nome non vi dice nulla, è possibile invece che lo ricordiate ritratto negli scatti che il fotografo Pablo Piovano aveva raccolto nell’impressionante The Human Cost of Agrotoxins, il reportage con cui ha documentato gli effetti di un ventennale utilizzo indiscriminato dei prodotti agrochimici in Argentina.

«Il suo corpo era diventato un’arma. La sua gabbia toracica da cui sporgevano due braccia sottili che non si capiva come potessero restare attaccate, la sua colonna vertebrale rigonfia per la scoliosi, le palpebre sempre spalancate, le guance emaciate coperte da una folta barba. E nel mezzo, una bocca nera, allargata, che sembra lottare per prendere ancora una boccata d’aria. Era il grido dell’inquinamento argentino, una replica moderna del capolavoro di Edvard Munch»: questo il ritratto con cui il quotidiano francese Le Monde ricorda la figura sofferente e martirizzata dell’operaio agricolo argentino.

Tomasi era diventato un emblema delle lotte ambientaliste suo malgrado, non certo per vocazione. Ai frequenti incontri pubblici cui partecipava era infatti solito ripetere, parlando di sé e delle altre vittime del glifosato, «non siamo ambientalisti, siamo colpiti da un sistema di produzione che si preoccupa di più di riempire le tasche di alcuni che della salute delle persone».

Nato a Basavilbaso, nella regione centro-orientale di Entre Rios, aveva cominciato nel 2005 a lavorare per l’azienda agricola dei fratelli Molina: il suo lavoro consisteva nell’aprire i contenitori dei prodotti chimici e sversarli in una cisterna da 200 litri per la miscelazione con l’acqua, attraverso un tubo. Nessuna formazione specifica, nessuna protezione dai veleni, un solo consiglio: «Non metterti controvento, così i gas non ti raggiungono».

Fabian non portava i guanti e nemmeno la tuta, insopportabile con il caldo. Del resto non lo facevano nemmeno i fratelli Molina, i suoi capi, che anni dopo moriranno di cancro a loro volta. Gli era capitato perfino di lavorare scalzo e la sua pelle era entrata in contatto con il glifosato, il Ddt, l’endosulfano e altre sostanze, alcune delle quali sono oggi vietate nel Paese sudamericano.

Con i primi sintomi erano arrivati i trattamenti medici, ma nessuno sembrava in grado di formulare una diagnosi. Ci pensò un medico che è diventato anche sindaco di Basavilbaso, il dottor Alberto Lescano: polineuropatia tossica, la sentenza senza appello.

Il suo corpo, da quel momento, non ha smesso di peggiorare. Non poteva mangiare nulla di solido e aveva difficoltà a camminare e a muovere le braccia. Negli ultimi anni hanno dovuto aiutarlo a nutrirsi. A un certo punto gli dissero che aveva sei mesi di vita, invece ha resistito per più di un decennio.

Il dottor Medardo Ávila, della Rete universitaria per l’ambiente e la salute, ricorda Tomasi come un amico e avverte: «Le compagnie che gestiscono l’irrorazione aerea dei pesticidi sono le più inquinanti, quelle che ne utilizzano le dosi più alte, adottano meno precauzioni e ricevono più denaro in tutto il settore agroalimentare. Ci sono centinaia di Fabian che lavorano senza alcun tipo di protezione e manipolano veleni».

La stessa denuncia è arrivata da Tomasi nel corso di innumerevoli interviste con i media nazionali e stranieri e degli eventi a cui ha prestato la sua voce, le sue idee e il suo corpo.

Il vero obiettivo della sua campagna per l’introduzione di una legislazione nazionale sui pesticidi era il mercato della soia transgenica, che dalla fine degli anni Novanta si è imposta nel Paese come principale prodotto agricolo da esportazione scalzando l’allevamento e le coltivazioni meno redditizie.

In Argentina la soia Ogm comporta l’irrorazione di 300mila tonnellate di glifosato ogni anno: «Dobbiamo rompere con il sistema delle colture transgeniche. – affermava Tomasi in una delle ultime interviste – Qui in Argentina siamo sempre stati un laboratorio per le imprese agricole e l’industria chimica da quando Monsanto è entrato nel Paese in circostanze sospette nel 1996. Ora ci sono migliaia di vittime».

Alcuni hanno screditato le sue testimonianze, sostenendo che la sua malattia dipendesse dal diabete cronico da cui era affetto.

Tomasi tuttavia non aveva mai cercato una rivalsa economica. Lo scorso mese, commentando con sollievo la condanna di Monsanto a un maxi risarcimento nella causa intentata dal giardiniere americano Dewayne Johnson, aveva affermato: «Non ho bisogno di soldi in questo momento. Ho bisogno di vita. Queste non sono aziende, sono operatori di morte».

Il senso della sua testimonianza vivente resta impressa nelle parole pronunciate alcuni anni fa, nel corso di un panel dell’università di Buenos Aires: «Arriverò all’ultimo giorno e dirò “ho cercato di difendere la verità”. Chi si è zittito, si faccia carico di cosa dirà a suo figlio».

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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