Glifosato, l’erbicida Roundup causa il cancro: storica sentenza contro Monsanto negli Usa

Un malato terminale di cancro che sfida una multinazionale agrochimica, il processo, la sorprendente condanna a un risarcimento milionario. Sembra un romanzo di John Grisham, ma questa volta è tutto vero.

Il protagonista della vicenda si chiama Dewayne Johnson, ha 46 anni, tre figli e un linfoma non Hodgkin, cioè un tumore del sistema linfatico che secondo i medici gli lascia pochi mesi di vita.

Nel 2012, quando lavorava come giardiniere in una scuola di Benicia, alla periferia di San Francisco, Johnson incominciò ad adoperare l’erbicida Roundup, il diffusissimo prodotto a base di glifosato della Monsanto.

Due anni più tardi la spaventosa diagnosi, e l’inizio di una trafila giudiziaria che si è conclusa oggi davanti al tribunale di San Francisco con una sentenza che condanna la multinazionale di Saint Louis a risarcire l’ex giardiniere con 289 milioni di dollari di danni, l’equivalente di 253 milioni di euro.

Dewayne Johnson nell’aula del tribunale

Secondo la difesa, Johnson ha utilizzato il Roundup tra le venti e le trenta volte all’anno nel periodo in cui lavorava per l’istituto scolastico, incorrendo in due gravi incidenti.

Ora l’80% del suo corpo è coperto da lesioni e nelle giornate peggiori l’uomo non è nemmeno in grado di parlare. Quando ha avviato la causa, i medici non erano sicuri che sarebbe vissuto abbastanza da arrivare ad assistere alla sentenza.

Dopo tre giorni di discussione, la giuria della Corte Suprema della California gli ha riconosciuto il pagamento di 250 milioni di dollari per i danni sostenuti e di circa 39 milioni di dollari come ulteriore compensazione.

Il vicepresidente di Monsanto, Scott Patridge, ha già annunciato la decisione di ricorrere: «Ci appelleremo contro questa decisione – ha dichiarato il dirigente – e continueremo a difendere vigorosamente il prodotto, che ha una storia di quarant’anni di utilizzo sicuro e continua a essere uno strumento vitale, efficace e sicuro per gli agricoltori e per gli altri operatori della gestione del verde».

Timothy Litzenburg, l’avvocato difensore di Johnson, fa però notare che un processo d’appello potrebbe comportare un aggravio dei costi per Monsanto, dal momento che la società dovrà pagare gli interessi sui danni mentre il caso è oggetto di riesame. Si tratta, secondo il legale, di circa 25 milioni di dollari all’anno.

L’inizio di una valanga legale?

Timothy Litzenburg, l’avvocato che ha sconfitto Monsanto

Ma il megarisarcimento stabilito dalla corte di San Francisco e l’esito dell’appello rischiano di non essere la principale preoccupazione per il colosso agrochimico. Il caso di Dewayne Johnson infatti è solo il primo tra quelli dei circa 800 pazienti oncologici che nel 2017 hanno intentato cause contro Monsanto.

Centinaia di malati di cancro con le loro famiglie potrebbero così vedere spianata la strada verso il riconoscimento legale delle loro rivendicazioni.

Litzenburg ha affermato che lui e altri avvocati hanno oltre 4000 casi simili in attesa di esame presso vari tribunali statali. Altri 400 sarebbero stati riuniti sotto la formula del contenzioso multidistrettuale federale (MDL), una sorta di class action dove però ogni querela viene discussa in un procedimento autonomo.

Nessuno di questi contenziosi è stato per ora fissato in tribunale, ma l’avvocato è fiducioso che – come nel caso di Johnson – i processi intentati davanti alle corti dei singoli Stati possano produrre sentenze più rapide. Una differenza di tempistiche che può significare tutto per i malati terminali.

 

La questione della cancerogenicità del Roundup

Mentre è clinicamente impossibile dimostrare che Roundup ha causato la malattia terminale di Johnson, è altrettanto impossibile per Monsanto dimostrare che il prodotto non abbia concorso a provocarla.

Questa è la motivazione fondamentale che ha portato la giuria a pronunciarsi in favore del querelante, sul quale gravava l’onere della prova.

Ma gli avvocati di Johnson non dovevano dimostrare che Roundup fosse l’unica causa del suo cancro. Tutto ciò che dovevano dimostrare era che il Roundup fosse un “sostanziale fattore di contributo” alla sua malattia.

Litzenburg riconosce che la maggior parte dei casi di linfoma non Hodgkin non vengono ricondotti a una ragione primaria. Ma si sta incominciando ad affermare – così come si è fatto per il tabacco nei casi di tumore ai polmoni, dopo decenni di battaglie legali – che determinati fattori di rischio incidono in modo decisivo.

Nel corso del processo la difesa di Johnson non puntava a dimostrare la pericolosità del glifosato in quanto tale, ma quella del Roundup. L’interazione fra il glifosato e gli altri ingredienti, secondo la tesi del querelante, ha provocato un “effetto sinergico” che ha reso il prodotto più cancerogeno.

Oltre a sancire un precedente legale di primaria importanza, la sentenza pone una questione politica: «Penso che risveglierà la gente e farà in modo che le agenzie governative considerino meglio la questione del bando del Roundup», ha detto Litzenburg.

 

Cosa può cambiare adesso: l’Europa batta un colpo

Nel novembre scorso l’Unione Europea ha approvato una proroga di cinque anni per la commercializzazione del glifosato, al termine di un iter politico molto contestato. In occasione del voto finale, infatti, il ministro dell’agricoltura tedesco Christian Schmidt si era espresso a favore del rinnovo sconfessando la volontà dell’esecutivo di Angela Merkel.

L’iniziativa dei cittadini europei promossa dalla coalizione Stop Glifosato aveva in precedenza mobilitato 1 milione e 300 mila persone per chiedere il bando dell’erbicida Monsanto, anche grazie al contributo della rete di Slow Food.

Nel febbraio scorso, l’Europarlamento ha approvato la creazione di una commissione d’inchiesta con il compito di esaminare le procedure di autorizzazione dei pesticidi.

I trenta europarlamentari chiamati a farne parte lavoreranno fino al prossimo novembre, esaminando anche l’operato delle agenzie Ue come l’Efsa, già al centro delle critiche in seguito alla scoperta che le pagine più sensibili della valutazione di rischio sul glifosato erano state riprese da studi utilizzati dalla Monsanto.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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