Glifosato innocuo? Lo dice lo “studio indipendente”… riscritto dalla Monsanto

Chi ci segue da un po’ di tempo sa già di cosa parliamo quando parliamo di glifosato: si tratta del principio attivo contenuto nel Roundup, cioè l’erbicida più venduto al mondo.

Dal 2015 questa sostanza è al centro di un’enorme controversia scientifica in seguito a una decisione dell’International Agency for Research on Cancer (Iarc), organismo dell’Oms, che ha classificato il glifosato come “probabilmente cancerogeno” basandosi su una serie di studi condotti a partire dal 2001.

Tra analisi e controanalisi di laboratorio, dibattiti, allarmi e smentite la questione è andata avanti (incappando anche in qualche mezza verità, tipo il presunto “via libera” di Fao e Oms) ed entro il 31 dicembre l’Unione Europea dovrà decidere se prolungare per altri 15 anni l’autorizzazione all’uso del glifosato o bandirlo per sempre da orti e giardini.

Naturalmente a capeggiare il fronte dei più strenui oppositori al possibile bando è la Monsanto, multinazionale americana dell’agrochimica che commercializza il Roundup (il cui consumo peraltro è in continua crescita, tanto che solo negli Stati Uniti sono stati utilizzati 1 milione e 600mila tonnellate di diserbante tra il 1974 e il 2014, 2/3 dei quali nell’ultimo decennio).

Fin dalle prime schermaglie, il colosso industriale di Saint Louis aveva bollato in maniera sprezzante come “scienza spazzatura” il rapporto dell’Iarc e annunciato la volontà di difendere uno dei suoi prodotti di maggior successo.

Di qui la decisione di incaricare la società specializzata Intertek (leader mondiale nel settore delle prove tecniche su beni di consumo) di selezionare un panel di esperti indipendenti in tema di salute pubblica, medicina ambientale, oncologia e altri ambiti al fine di «analizzare i risultati in maniera approfondita, perché ciascuno possa farsi un’idea». Queste, almeno, sono le parole con cui Brett Begemann, presidente e amministratore delegato di Monsanto, annunciava in pompa magna l’avvio della sua “operazione verità” sul glifosato.

Di quale e quanta libertà scientifica e indipendenza di giudizio abbia potuto godere il gruppo di lavoro ce ne parla ora un’inchiesta di Bloomberg, nata dalle rivelazioni di un team di avvocati impegnato in una causa contro la multinazionale: come in un romanzo alla John Grisham, lo scandalo pare sia venuto a galla per una dimenticanza dei legali della Monsanto, che in fase preprocessuale hanno trascurato di chiedere la secretazione di alcuni documenti entro il termine previsto di 30 giorni.

Così lo scorso 1 agosto decine di mail interne della società sono state divulgate dimostrando come l’azienda avesse condizionato passo per passo lo svolgimento e gli esiti della ricerca, pubblicata nel settembre 2016 sulla rivista scientifica Critical Reviews in Toxicology.

Nella revisione del paper sono infatti fortemente coinvolti William Heydens, capo della divisione scientifica di Monsanto, e altri scienziati alle sue dirette dipendenze.

Tanto che a un certo punto è proprio Heydens a porre un preciso veto alla richiesta, avanzata da uno degli esperti nominati da Intertek, di moderare i toni della critica allo studio dell’Iarc: succede nel febbraio 2016 quando John Acquavella, epidemiologo dell’università danese di Aarhus, chiede di procedere a «un’ampia revisione dell’articolo riepilogativo» allegando varie proposte di modifica del progetto.

Ashley Roberts, coordinatore del panel per conto di Intertek, riceve la mail e la inoltra a Heydens pregandolo di prestare ascolto alle perplessità riscontrate. Il dirigente Monsanto però fa spallucce e cancella le modifiche di Acquavella, precisando nelle note a margine che non trovava eccessive le affermazioni contestate.

Nell’articolo pubblicato si nota come alla fine abbiano prevalso i diktat di Heydens. Lo stesso Acquavella, in una successiva intervista, si dichiarerà soddisfatto dell’esito finale del lavoro: stando alla fattura inviata alla Monsanto, l’epidemiologo avrebbe ricevuto 20.700 dollari per un mese di revisione sulla ricerca che il gruppo di esperti aveva impiegato un anno a ultimare.

In luglio il direttore della rivista, Roger McClellan, invia le istruzioni finali a Roberts della Intertek chiedendogli precise garanzie di trasparenza: «Voglio che alla fine i critici più feroci di Monsanto, la tua organizzazione e ciascuno degli autori possano leggere e dire “dannazione, hanno risposto a tutte le questioni che volevamo sollevare”».

McClellan raccomanda in particolare di chiarire come gli esperti siano stati selezionati: «Se si potesse dire che è avvenuto senza consultare Monsanto, sarebbe fantastico. Se c’è stata qualunque revisione dei risultati da parte di Monsanto o dei suoi legali, bisogna dichiararlo».

Anche in questo caso Roberts gira le richieste a Heydens, il quale lascia a commento una laconica esclamazione: «good grief» (potremmo tradurre con “santo cielo”). La “dichiarazione di interesse” allegata alla ricerca viene così riscritta in modo da accontentare McClellan, senza alcuna menzione del ruolo che l’azienda ha avuto nel processo di editing.

I documenti (oltre settanta in tutto) svelano anche altre verità scomode per la multinazionale. Come il fatto che nel 2011 il nome di Donna Farmer, tossicologa capo di Monsanto, fosse stato rimosso da uno studio sugli effetti del glifosato di cui era coautrice dopo aver apportato di nascosto alcune modifiche e aggiunte alla ricerca: il paper, pubblicato dal Journal of Toxicology and Environmental Health, doveva servire nelle intenzioni dei committenti a smentire l’ipotesi che il glifosato possa ostacolare la riproduzione umana e lo sviluppo.

Mentre ci si prepara a una guerra legale, il colosso nega di aver apportato modifiche sostanziali ai testi incriminati: solo «correzioni cosmetiche», assicura il vicepresidente Scott Patridge. Sebbene «la scelta delle parole» nella dichiarazione di estraneità ai risultati della ricerca «non fosse ideale», aggiunge, «questo non cambia gli esiti scientifici». Sarà, ma per usare un’espressione cara al cinema americano: “comprereste un’auto usata da quest’uomo?”.

 

Andrea Cascioli

a.cascioli@slowfood.it

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