Glifosato, CETA e altre meraviglie: facciamoci sentire

È difficile seguire tutte le questioni di cui un “cittadino consapevole” dovrebbe avere cognizione: politica sovranazionale, cronaca spicciola, visioni lunghe sulla nostra economia e la nostra salute… La buona notizia è che sono tutte collegate: basta tenerne d’occhio una per comprendere anche le altre.

Per esempio, il glifosato: è un principio attivo molto tossico, che agisce da disseccante: è il più usato al mondo, specialmente da quando sono stati inventati alcuni OGM che prevedono l’“abbinamento” con un diserbante che lo contiene. In alcuni paesi si usa anche come essiccante dei raccolti che vanno stoccati con il minor tasso possibile di umidità per evitare che sviluppino micotossine molto pericolose, per esempio i cereali. Nel paesi con un clima adeguato, solitamente basta il sole; nei paesi con un clima più umido quando il grano arriva a maturazione si irrorano i campi con il diserbante, il quale dissecca per benino quel grano che poi verrà usato per fare la pasta e il pane che porteremo in tavola. Nessuna micotossina, per carità, ma la Iarc, massima agenzia mondiale per la ricerca sul cancro, emanazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ha detto che il glifosato è probabilmente cancerogeno, e stanno completando gli studi. Nel frattempo l’Efsa, (Agenzia europea per la sicurezza elimentare), che basa i suoi giudizi sui dossier presentati dalle aziende produttrici, ha detto che invece secondo lei è improbabile che il glifosato sia cancerogeno. L’autorizzazione all’uso di questa molecola in Europa – nel dubbio – è stata rinnovata fino alla fine del 2017. In Europa dovrebbe valere il principio di precauzione, cioè – nel dubbio – bisognerebbe vietare, non autorizzare. Ma tant’è. Unico obbligo: in questo lasso di tempo gli Stati membri devono “provvedere affinché i prodotti fitosanitari contenenti glifosato non contengano il coformulante ammina di sego polietossilata”, perché pare che il mix sia davvero pericoloso.

Il nostro Ministero della Salute ha però, con un decreto, prorogato anche queste coformulazioni perché alcune associazioni di categoria hanno richiesto «una proroga sia per la commercializzazione che per l’utilizzo dei prodotti revocati e contenenti la sostanza attiva glifosato in associazione con il coformulante ammina di sego polietossilata, in considerazione dell’impossibilità di smaltire le scorte degli stessi entro i termini stabiliti da suddetti decreti». Traduzione: ormai che è prodotta, se non possono venderla ci rimettono, quindi preferiscono continuare ad inquinare, mettendo in pericolo le acque e la salute pubblica. Abbiate pazienza, Italiani cari, non sanno dove metterla ‘sta ammina di sego, mangiamocela e non ci si pensa più.

Il tutto con buona pace degli agricoltori che, in tante parti d’Italia stanno recuperando varietà di cereali locali, ben ambientate, che non necessitano input chimici perché sanno dialogare con il loro clima e il loro territorio e , dalla Sicilia al Friuli producono pane, pasta, farine dove la scritta Made in Italy significa davvero qualità, ricerca, cura, eccellenza e futuro.

Allora, memori del decreto ministeriale (sul quale vedremo se l’UE aprirà o no una procedura di infrazione), ricordiamoci di “far pervenire richieste”: ad esempio firmando per bandire il glifosato dalla nostra vita (http://stopglyphosate.org).

Però, c’è un però: il glifosato potrebbe rientrare dalla finestra prima ancora di essere uscito dalla porta.

Oggi si vota a Strasburgo sul CETA, il famoso trattato internazionale tra Europa e Canada che mira, come il suo più ingombrante e noto fratello, il TTIP, ad armonizzare gli standard produttivi per facilitare i commerci. Vi ricordate i paesi con troppo poco sole, che essiccano il grano con il glifosato? Ebbene, il Canada è uno di questi. Se in Europa si vietasse l’uso del glifosato, potrebbe succedere che il grano canadese, se ce lo vogliono vendere, lo devono produrre senza sostanze tossiche (oppure se lo tengono). Magari nel frattempo noi potremmo imparare che la “qualità” del grano non si definisce solo in misura inversa al tasso di umidità (più è secco, più è di qualità), ma sulla base di criteri un pochino più complessi, inclusi residui di tutte le meraviglie della chimica di sintesi, per le quali, sfortunatamente, il nostro organismo e quello dei nostri animali non è progettato. Il CETA non riguarda solo il glifosato, ovviamente, sono 1600 pagine di trappole, su tanti settori: dai lavori pubblici agli OGM, dalla carne agli ormoni ai titoli universitari e professionali. In più, su alcuni si deciderà mantenendo la segretezza: e uno di questi settori è proprio quello relativo agli OGM e ai pesticidi.

Stiamo parlando, in sostanza, di abbassare la qualità (della vita, dell’ambiente, del lavoro, del cibo, dell’economia stessa) per aumentare i profitti. Di nient’altro. È una china disgraziata: si possono accelerare i processi in modo artificiale, o utilizzare materie prime sempre più scadenti, o comprimere i costi energetici, ma presto o tardi, su quei versanti ci si dovrà fermare. Dov’è che ci si può spingere sempre un pochino oltre? Nella negazione e nella compressione dei diritti. Lo abbiamo visto, in questi anni, nelle fabbriche: le pause si sono ridotte, di numero e di durata, al punto che oggi in una catena di montaggio una donna che debba andare in bagno una volta in più del “normale”, perché ha le mestruazioni, deve spiegare a un capoturno come e in che maniera debba andarsi a cambiare l’assorbente, e lui può comunque decidere di non mandarla in bagno, se ritiene che non sia il caso. I profitti però sono al sicuro: qualche giorno fa, quando quell’operaio ha deciso di farsela addosso perché il suo responsabile doveva tutelare la produttività dell’azienda, è certamente aumentato il PIL.

Di Cinzia Scaffidi da l’Unità 14-02-17

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